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«I rom e i sinti chiedono di partecipare alle trattative con le istituzioni», ce lo dice Casadio

Di Alessandro Pagano Dritto Venerdi 2 Agosto 2013 alle 22:48 | 0 commenti

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Rom, sinti, nomadi. Spesso queste tre parole vengono considerate sinonimi, ma la situazione in realtà è più complessa. Sull’onda di un recente articolo che trattava di alcune famiglie sinti a Schio, VicenzaPiù si è rivolta a Davide Casadio, presidente della Federazione Rom e Sinti Insieme che già in passato ha parlato a nome della comunità vicentina. L’obiettivo è capire meglio come la questione delle due minoranze sia affrontata in Italia (nella foto Rom e Sinti Manifestano per la prima volta a Montecitorio, con Casadio al microfono, ndr).

Signor Casadio, qual è la situazione di rom e sinti in Italia?

«Rom e sinti, che nel Vicentino sono circa un migliaio, vivono in Italia dal ‘400. I sinti sono di origine ebraica e storicamente abitano le zone dell’Europa occidentale come Francia, Spagna e Italia. I rom invece vengono da Est. La loro cultura nomade è legata al loro lavoro: molti di loro erano giostrai e portavano in giro i loro spettacoli; alcuni grandi parchi di divertimento in Italia nascono dal lavoro dei sinti, poi "acquistato" da imprenditori e industrializzato. Negli anni ’70 sorgono le prime aree riservate ai sinti e ai rom, inizialmente per consentirne il lavoro; queste aree sono poi diventate gli attuali «campi nomadi», che servono più che altro a contenerli. Come federazione noi chiediamo che rappresentanti di sinti e di rom siano accolti nelle trattative con le istituzioni. Una risoluzione condivisa della situazione non va infatti a favore del solo sinti o del solo rom, ma di tutti i cittadini».

Su quali testi basate le vostre rivendicazioni?

«Esiste una Strategia nazionale che ancora deve essere messa in pratica in modo omogeneo in tutta Italia. L’integrazione delle minoranze sinti e rom deve basarsi su quattro punti, le «quattro assi»: salute, lavoro, scuola, casa. Chiediamo però che anche a sinti e rom sia data la possibilità di partecipare alle trattative, perché abbiamo il diritto di mantenere la nostra cultura».

La costituzione italiana però garantisce i diritti delle minoranze.

«Certo. Ma spesso nella pratica questo non avviene. Chi insegna e diffonde la cultura rom e la cultura sinti? Quando non si conosce una cultura se ne ha paura. Chi è disposto a dare lavoro a un rom o a un sinti? Pochi. Così la delinquenza aumenta. Attenzione, la legge non ammette ignoranza: chi la infrange, anche se rom o sinti, sbaglia e va punito. Ma se un vicentino infrange la legge, nessuno dice che tutti i vicentini sono dei delinquenti; se un siciliano è mafioso, nessuno dice che tutti i siciliani sono mafiosi; se un rom o un sinti infrangono la legge, invece sì, si dice che tutti i rom e i sinti sono dei delinquenti. E questo non va bene»

La persona comune abbina rom e sinti al nomadismo e ai campi nomadi, che spesso forniscono di riflesso una brutta immagine di queste comunità, un’immagine di degrado. Come si può affrontare la questione?

«Non tutti i rom e i sinti vivono nei campi nomadi, specialmente in contesti diversi dall’Italia. Può capitare però che un nomade non possa permettersi un appartamento o una casa e, in Italia, non possa quindi che rimanere in un campo. Né è giusto costringere un nomade alla sedentarietà decisa dalla comunità di maggioranza. Per ovviare alla questione, noi chiediamo per esempio una modifica alla legge 380/2001 che non permette di abitare un terreno ad uso agricolo. In America, per esempio, accade che chi non possa permettersi una casa comunemente intesa compri, con spesa di gran lunga minore, una casa mobile su un terreno di sua proprietà. La spesa in questo modo si riduce a circa 30.000 euro. In questo modo chiunque, sia questo un rom, un sinti o anche nessuno dei due, potrebbe vivere a minor prezzo sulla sua terra. Nella provincia di Reggio Emilia, per esempio, esistono una sessantina di terreni privati e una microarea, vicina però ad un canile. Perché poi capita questo: che si mettano i nomadi vicino ai canili, ai cimiteri, alle discariche, alle centrali elettriche, insomma nelle periferie delle città. E questo significa escludere, relegare».


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