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Riflessioni tra storia e memoria, in attesa della retorica… del 25 aprile

Di Italo Francesco Baldo Venerdi 21 Aprile alle 12:33 | 1 commenti

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Sono già stati diramati gli annunci e gli inviti per le commemorazioni che si terranno il 25 aprile, giorno della liberazione. Fervono, come sempre i preparativi e come sempre una valanga di retorica si spargerà nelle piazze con le armai normali contrapposizioni tra le considerazioni di valore per i morti di una parte e quasi il vituperio per quelli dell'altra parte, dove vi erano anche fratelli, parenti e amici, colpevoli di non essere dalla parte di coloro che hanno vinto e che non hanno mai nemmeno espresso almeno un po' di pietà per la loro morte, anzi continuano a trasmettere avversione, quando non odio.

Ma si sa che in guerra: vae victis, guai ai vinti, un beffardo accanimento di chi ha di fronte avversari che ormai morti, meritano invece solo pietà, ma ciò dicono o dovrebbero dire i cristiani, anche quelli che militano in formazioni non propriamente "cattoliche", ma se ne guardano bene. Il comunismo ateo e areligioso non prova certo sentimenti di pietà per i vinti, Lenin, Stalin, Togliatti, ecc. insegnano bene. Ma non è della pietà che si parlerà, anche per quei giovani, come Antonio Giuriolo, che decise nel 1943 di lottare contro la guerra e il fascismo e nemmeno di coloro che, fascisti da giovani, lo seguirono come Luigi Meneghello o già importanti pensatori come Mario dal Pra si impegnarono per dare al popolo italiano nuove prospettive, che lo facessero uscire dal totalitarismo e dalla sciagurata alleanza con la Germania di Hitler. Prospettive politiche che, nell'orizzonte della contingenza, assumono importanza storica e i cui principi si volevano realizzati con impegno, responsabilità. Si preferisce la retorica sugli ideali, dissertando " a vuoto" senza vera comprensione della realtà di ieri e di oggi.

Mario Dal Pra il 30 luglio 1943 con un articolo su "Il giornale di Vicenza", sotto riprodotto, espresse la prospettiva ideale con coerenza e senso del reale con grande lucidità e la sua lettura ancor oggi è fonte di riflessione. Una riflessione che non deve mai essere celebrativa o retorica, ma capace di considerare le parole alla luce di quanto poi in Italia i politici hanno costruito nel dopoguerra.

Infatti, è importantissimo, quasi fondamentale, per uscire dalla solita e talora perfino stantia, retorica del 25 aprile chiedersi se gli ideali proposti da coloro che si coagularono, pur nella diversità di prospettive politiche, in un'unità tesa a cambiare la situazione bellica, sociale, politica del regno d'Italia, furono realizzati e come. Lo stesso Mario Dal Pra in diversi articoli apparsi su "L'avanti" e sul "Fronte Popolare" intervenne per considerare come l'Italia, divenuta una Repubblica democratica", si era arenata nelle pieghe della burocrazia, spesso ancora quella che aveva retto gli uffici nei vent'anni precedenti. Un po' quello che era pure accaduto in URSS e che Lenin lamentava, ossia che la burocrazia zarista era rimasta in piedi e di fatto condizionava lo sviluppo politico.

In Italia oggi porsi la questione se non abbia vinto la burocrazia e non uno Stato efficiente nei confronti dei cittadini è una questione fondamentale. Inoltre domandarsi se vi sia vera partecipazione allo Stato, ossia un "dare" allo Stato, anziché un solo "chiedere" diritti, fondandosi esclusivamente sull'economia. Affermava fin dal 1943 Mario Dal Pra che vi è "la necessità di temere sempre desto il senso morale degli ordinamenti economici, perché mai ci si adagi in essi come se potessero vivere da sé; e anche la necessità di tenere desti negli animi i principi etici dell'ordinamento economico che si ritiene più adatto (Ordinamenti economici e coscienza morale, conferenza a Perugia, 2 maggio 1943)

Chiarezza di domande, ma poca chiarezza di risposte; si preferisce ricordarle quelle domande, ricordare quegli ideali, ma non se quella volontà morale si sia realizzata. Ciò implicherebbe una vera "autocritica" ma non politica, prima di tutto morale e quindi capace di considerare che il cambiamento, rivoluzione direbbe Mario dal Pra nello scritto citato, se non coniugato con la tradizione non forma una vera coscienza. Questa è capace nella libertà si considerare che "venga il momento in cui tutti gli individui per intima persuasione, per netta esigenza morale, obbediscano ad un contenuto largo di rispetto per la persona umana, in cui sia inclusa anche una vasta opera per l'eguaglianza nella distribuzione delle ricchezze..." e ", diceva sempre Dal Pra "bisogna vincere la convinzione superficiale di alcuni che la rivoluzione sia essenzialmente piazza, violenza, energia fisica alla tensione. Si tratta delle rivoluzioni più effimere, destinate a cadere se non si ripiegano su sé stesse per purificarsi della violenza e per darsi un contenuto morale e religioso. La rivoluzione è educazione, formazione morale, è formazione religiosa."

E' stato fatto tutto ciò nell'Italia Repubblica, oppure si fa tutto solo per il proprio partito e il suo potere, diramato in troppi settori della vita pubblica? E' stato fatto tutto ciò nella cosiddetta "buona scuola?"; è stato fatto tutto ciò nell'equa distribuzione delle risorse, oppure di divide in parti eguali tra diseguali?; è stato fatto tutto ciò nella nostra Vicenza dove ormai il carrierismo politico privo anche di prospettiva oltre che di ideali dove il carrierismo domina e si adottano provvedimenti contro i deboli, ma mai contro i forti da cui dipendono?

Si è chiesto ai cittadini una vera partecipazione o non sono stati solo considerati "voti" da ottenere con promesse o magari anche una semplice concessione edilizia per la casa del figlio?

Il 25 aprile dovrebbe essere una data non di retorica, ma di riflessione su quanto si è realizzato, dal 1943 in poi e soprattutto dagli attuali reggitori dei Comuni, delle Provincie, delle Regioni per concludere con quelli dello Stato, che certo non hanno la visione etica che tanto fu fin da Platone richiesta a coloro che assumono la responsabilità di amministrare/governare una città. Piuttosto costoro sono quelli che ci portano alla finis urbis, alla fine della città, dove prevale solo l'appetito dei singoli, chiamato troppo spesso "diritto" o "diritto acquisito", dimenticandosi questi spesso non sono altro che propri desideri o posizioni non sempre valide per il bene comune.

Il buon cittadino è colui che dà allo Stato, non colui che chiede, spesso facendo, per finta, il pitocco.

Riporto qui un articolo di Mario dal Pra comparso su "Il giornale di Vicenza" 30 luglio 1943 dal titolo Ordine e libertà.

«La bandiera del nostro Risorgimento torna a sventolare gloriosa; tornano sulle nostre labbra i nomi di Mazzini, di Garibaldi, di Mameli, di tutti coloro che intesero la Patria come Libertà. Oggi più che mai apprezziamo che cosa significhi avere una responsabilità, partecipare colla propria passione alla vita politica, sentire il peso della propria costruzione, per quanto modesta. Siamo usciti di minorità, abbiamo riguadagnato la personalità. E sentiamo che appunto in questa libertà sta l'ordine vero, l'ordine spirituale. Comprendiamo bene l'abisso che separa il capriccio dalla libertà; il capriccio è appunto il segno della minorità spirituale, lo sbandare di chi non conosce regola, di chi ignora il sacrificio liberamente accettato e deciso. Invece libertà è farsi una nobile coscienza ed a questa essere fedeli. Va contro la libertà appunto colui che, col proprio ideale, tradisce se stesso. Libertà, responsabilità, ordine dell'uomo che colla ragione dà impronta alla sua vita: in ciò consiste la nobiltà migliore del nostro agire.

Questa libertà che è ordine morale non si riacquista per decreto di legge, né per colpi di Stato; si riacquista solo per educazione, per formazione, per ferrea volontà ispirata agli eterni valori dello spirito. La libertà non è dunque dono, ma è conquista, faticosa conquista che riassume in sé tutte le conquiste della civiltà e della storia. Per realizzare tale conquista occorre essere pervasi dall'amore dell'idealità, dal desiderio di superare l'egoismo per unirsi a tutti gli uomini nella fraternità dello spirito. Il senso della nostra fragilità, del tradimento dell'ideale in cui possiamo ad ogni istante cadere, deve farci attenti contro noi stessi, forti nella lotta contro tutti gli allettamenti immediati dell'egoismo. Oggi l'egoismo si potrà chiamare vendetta, o recriminazione per ambizione personale, o arrembaggio alla conquista degli interessi e dei privilegi che ogni situazione può presentare all'uomo senza coscienza. E contro questo egoismo bisogna essere forti; di quest'ordine bisogna essere disciplinati; per questo governo degli spiriti bisogna aderire fermamente al nuovo Governo nazionale.

Infatti in quest'ordine morale, espressione di tutta la nostra personalità, enunciazione della nostra dignità d'uomini, consiste il vero progresso della nostra vita collettiva, la vera rinascita della nostra Patria.

Combattiamo dunque l'errore di credere che l'ordine delle coscienze possa scendere dall'alto, possa farsi da sé, quasi come un processo fisico o chimico, per forze a noi estranee. Dobbiamo farci autori di quest'ordine che si chiama libertà appunto perché ha la sua radice nell'interiorità. Quello che altri chiamò fin qui ordine era la compostezza della morte, l'uniformità di una maschera che tutti ci ricopriva e che tutti ci umiliava in un volto solo, senza palpiti e senza passione. Si trattava di ordine apparente e di disordine sostanziale. Oggi ognuno si trova impegnato di fronte alla propria coscienza, di fronte al proprio dovere: non si sente più servo, ma libero e quindi obbligato all'interiorità. Ognuno così può riguadagnare la sua inconfondibile fisionomia, riacquistare le movenze della sua personalità morale; mentre diverrà così più profondamente se stesso, si troverà anche unito a tutti, nella dedizione ai sommi valori.

Agli uomini non si può servire mai; essere invece servi del bene, del bello, del vero significa regnare. A tutti gli italiani, in quest'ora solenne della rinascita patria, noi additiamo questa via dell'ordine che è libertà e formazione morale. Così diverremo intransigenti prima di tutto nei confronti di noi stessi e poi nei confronti di altri, nella vita morale come nella vita politica. Avremo a schifo i compromessi, deploreremo le mezze misure, avremo così caro i nostri ideali che non tollereremo più di vivere fuori della loro luce.

Tutto resta da fare per la costruzione morale dell'Italia, per il suo trionfo come primato morale e civile. Chi si concede ora riposo, costituisce un peso insopportabile che ci trascina inesorabilmente verso il passato e ci precipita nella servitù. Occorre al contrario vigilare per noi, per la Patria, per quello che essa rappresenta oggi che abbiamo riguadagnato la libertà.

Se qualcuno crede che la parola «ordine» implichi compressione delle coscienze si inganna, in quanto intende l'ordine nel senso estrinseco che ci ha dominati fin qui; ordine è primavera delle coscienze, empito di vita, potenzialità di costruzione, trionfo morale, vittoria dello spirito. Ci auguriamo che tutti gli italiani siano creatori, oggi, e custodi gelosi di quest'ordine per la nostra vera grandezza.

Quest'invito si rivolge soprattutto ai giovani, che hanno fino ad ieri nelle nostre scuole dato testimonianza a questa nostra idealità; con quella fede che ci ha guidati nel formare le loro coscienze oggi ritorniamo a loro e diciamo: per la salvezza della nostra Patria, per non venir meno al nostro preciso dovere, facciamoci apostoli di quest'ordine nella libertà, in cui è divenuta lieta, anche ieri, la nostra giovinezza.»       (Mario Dal Pra)

Commenti

Inviato Venerdi 21 Aprile alle 13:11

Per Vicenza, la data della "liberazione" dovrebbe essere 28 aprile 1945 ore 11 con l'ingresso dei carri americani in Vicenza. Il 25 aprile è una data postuma, scelta a Milano, mentre ancora in tutt'Italia del Est, infuriavano combattimenti, uccisioni, vendette. La seconda medaglia d'oro a Vicenza è datata 28 aprile 1945 e dovrebbe riguardare in particolare la Provincia più che la città. Dal 28, ai gg. seguenti scontri e combattimenti si sono susseguiti in tutta la Provincia Nordica, in tutto il Veneto, anche dopo il3/4 maggio1945. Con centinaia di Morti inutili ( vedi Viale Trento, maddalene, Schio) ormai dimenticati. Credo che per il 25 aprile, ci sia poco da festeggiare, se non una messa a Monte Berico con una prece per tutti i defunti. Amen.
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