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Palazzo Koch nega di aver scritto una lettera a Consob consegnata alla commissione, Il Fatto: Bankitalia nei guai sui pasticci fatti per coprire Gianni Zonin

Di Rassegna Stampa Venerdi 17 Novembre 2017 alle 09:48 | 0 commenti

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In apparenza si tratta del solito pasticcio tra burocrati della Consob e della Bankitalia, risalente a otto anni fa. Eppure il giallo dello scambio di lettere tra le due vigilanze dell'ottobre 2009 peserà molto nella risposta alla madre di tutte le domande: sulla Banca Popolare di Vicenza, che il presidente Gianni Zonin guidava verso il baratro, la vigilanza è stata solo distratta o era ispirata dalla precisa volontà di non disturbare il banchiere amico? Nelle ultime due sedute della Commissione parlamentare d'inchiesta la questione è stata al centro di una schermaglia tra il senatore Andrea Augello e il presidente Pier Ferdinando Casini.

Il primo ha chiesto di scrivere una lettera di protesta alla Banca d'Italia, il secondo ha detto che "mediterà". Il punto è che nell'audizione di giovedì scorso il capo della vigilanza Bankitalia Carmelo Barbagallo ha spiegato diffusamente le ragioni tecnico-giuridiche per le quali fino al 2013 le richieste d'informazioni della Consob sulla salute di Pop. Vicenza erano rimaste inevase. Ma, proprio mentre iniziava la seduta, cioè a tempo scaduto, la Banca d'Italia ha consegnato agli uffici della commissione una lettera scritta alla Consob nel 2009. Strano: il giorno dopo l'audizione "fonti della Banca d'Italia" hanno spiegato all'agenzia Ansa le ragioni della "mancata comunicazione alla Consob dei problemi rilevati nel 2008" sul prezzo delle azioni della banca veneta. Tra queste ragioni "un prezzo dei titoli che all'epoca era in linea con il mercato". Come se preferissero fare la figura dei reticenti piuttosto che far leggere la lettera con cui hanno sì risposto, ma scrivendo notizie false.

Il 2 ottobre 2009 la Consob chiede a Bankitalia, alla vigilia del collocamento di una tranche di obbligazioni della Pop. Vicenza, "ogni elemento utile ai fini dell'istruttoria di competenza". Il 27 ottobre l'allora capo della vigilanza Stefano Mieli risponde con due paginette occupate prevalentemente da notizie rinvenibili su Google. Sull'ispezione appena svolta (dal 16 aprile al 7 agosto 2008) l'informazione è lapidaria: "Gli accertamenti hanno riscontrato miglioramenti sia nei profili gestionali che nel controllo dei rischi". Quanto all'emissione obbligazionaria, Bankitalia dice di averla autorizzata perché "si inquadra in un più articolato piano di rafforzamento patrimoniale".

Non è reticenza, dunque, ma diffusione di notizie contrarie al vero. Oggi Bankitalia dice che il prezzo delle azioni di Zonin era "in linea con il mercato". Allora, nel rapporto ispettivo nascosto alla Consob (che avrebbe dovuto tutelare gli investitori informandoli) c'era scritto: "Alla ridotta profittabilità non fa riscontro un coerente andamento del prezzo dell'azione, fissato per l'esercizio corrente - nonostante il parere contrario del collegio sindacale - su livelli che, unitamente al dividendo, perpetuano un disallineamento tra rendimento implicito del titolo e redditività". Insomma, l'azione è sopravvalutata, e questo, secondo gli ispettori, "postula un ripensamento dei criteri di calcolo del prezzo". Però sono loro stessi a notare che riportare il prezzo dell'azione a livelli più sensati avrebbe effetti perniciosi sulla gloria di Zonin, per esempio la "prevedibile mancata conversione del subordinato esercitabile nel 2010". È molto tecnico ma significa che il disvelamento del reale stato di salute della banca avrebbe messo in fuga molti azionisti ai quali Zonin doveva chiedere capitali per puntellare la banca.

Gli ispettori sembrano così preoccupati di non smuovere le acque che si autocensurano anche nel dare le informazioni al governatore Mario Draghi. Gli scrivono che il prezzo delle azioni (deciso da Zonin visto che la banca non è quotata in Borsa) è esagerato, ma gli nascondono che è stato fissato "nonostante il parere contrario del collegio sindacale". Pudicamente si limitano a usare una formula più adatta a una vecchia contesa tra correnti Dc che al destino di miliardi di euro: "Il collegio sindacale recentemente ha mostrato segni di differenziazione rispetto alle scelte aziendali". Testuale.

Era il 2009, e il ripensamento sulle azioni non c'è mai stato. Il prezzo ha continuato a salire gloriosamente fino alla primavera 2016 quando il ripensamento lo ha fatto la realtà, portando il valore delle azioni della Popolare di Vicenza dal massimo di 62,5 euro a 10 centesimi, e poi a zero. "Se Barbagallo ci avesse dato per tempo quella lettera si sarebbe risparmiato di venirci a dire una sciocchezza", ha protestato Augello. Casini ha preferito minimizzare: "Magari Barbagallo si è dimenticato". Ma forse scherzava.

di Giorgio Meletti, da Il Fatto Quotidiano


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