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Meno Carità cristiana e più Zedakà ebraica: è beneficenza di facciata considerare i nomadi rifugiati politici, è giusto aiutare i profughi

Di Paola Farina Giovedi 16 Febbraio alle 21:12 | 10 commenti

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E' imbarazzante mettere in vetrina pezzi di umanità" ha scritto ai media Don Enrico Pajarin, direttore della Caritas di Vicenza. E' vero ma secondo me quello che è sbagliato davvero è il concetto di carità nella religione cristiana. La carità non deve essere il calcio sugli stinchi (questa volta ho fornito prova di grande diplomazia...) per ovviare a una situazione di disagio, a danno di chi questo disagio lo vive e l'ha vissuto sulla propria pelle. Il sostegno viene profuso a cooperanti dell'illegalità, a danno della collettività. È giusto? E allora mi pongo un quesito, visto che un terzo della mia vita è stato vissuto nella bi-religiosità: Fare Carità o fare Zedakà? I termini Zedakà e Carità potrebbero essere confusi, soprattutto per chi non ha dimestichezza con la parola ebraica, con il concetto di Zedakà e con lo stile di vita ebraico. Il termine ebraico si differenzia molto da quello cristiano, sia dal punto di vista psicologico, sia da quello filosofico.

La parola "carità" deriva dal latino caritas, che vuol dire amore, benevolenza; la parola "filantropia" dal greco philo, che vuol dire amore, e anthropos (uomo), indica che la base non-ebraica o cristiana di carità è l'amore: solo quando sento amore e compassione per l'altro, faccio la carità. Ergo, se non sento amore e compassione non la faccio! La parola Zedakà viene dalla parola ebraica zedek, che vuol dire giustizia, o più correttamente la cosa giusta da fare. L'ebreo allora è emotivamente e religiosamente coinvolto nella Zedakà perché è la cosa giusta da fare, non perché ha un sentimento particolare per il destinatario. Dare lo stato di rifugiati politici ai nomadi non può essere considerato una Zedakà, ovvero una cosa giusta da fare, perché esso è un atto di ingiustizia nei confronti di chi dalla guerra scappa davvero a favore di chi conduce una vita disordinata, per libera scelta, che rifiuta regole, principi e fatica lavorativa, almeno secondo il mio punto di vista.

L'imbarazzo lo crea l'interpretazione di una beneficenza di facciata, politicamente corretta, ma che viola il senso di giustizia.
 Sindaco di Amatrice, la rappresentante di IsraAID e un dipendente della Unione Comunità Ebraiche Italiane (UCEI). Foto IsrAIDEd è per questo che quando qualche paese rifiuta il nostro aiuto noi ci andiamo ugualmente. Così è successo in Emilia, ad Amatrice, in Turchia e nei paesi islamici sotto mentite spoglie, ma questo è il principio di Zedakà, fare la cosa giusta. Credete che sia facilmente sopportabile per Israele sentirsi dire "no" dall'Italia, quando i nostri militari, comunque pezzi di cuore, si sono offerti volontari per andare a dare una mano a Amatrice? Tanto del rifiuto della "carta lucida o teatrale" non sappiamo che farcene e noi ci andiamo ugualmente, non con l'esercito, ma con Israid (nella foto di copertina IsrAID un anziano riceve un pacco dono da IsraAID).

Siamo andati anche ad Amatrice e ci siamo ritornati anche poco fa, sotto la neve, per portare forse non tanto, ma quel poco che basta per dare un segno di affetto e di calore.
Israid, tanto per citare una organizzazione a caso e perché so di poterlo fare, risponde a situazioni di emergenza in 39 nazioni, ha aiutato 1.000.000 di persone, distribuito 1.000 tonnellate di medicine e supporti medici. È formato da più di 5.000 professionisti locali. Mobilita più di 850 staff, volontari e professionisti specialmente medici, infermieri, terapisti e lavoratori sociali. In Germania siamo presenti per aiutare nell'integrazione i nuovi rifugiati da Siria, Iraq e Afghanistan con un team specializzato che parla inglese e arabo e in Grecia, sempre per la pronta emergenza sbarchi. Israid è ancora presente a Haiti, in Giappone, in Kenya, Liberia, Nepal, Filippine, Sierra Leone, Sudan del Sud, Uganda, Corea del sud, Usa e Giordania.
Siamo andati in Nepal ad aiutare, questa volta ufficialmente con una delegazione dell'IDF (esercito israeliano), la fondazione Israelife ha coordinato un team di risposta immediata al disastro, composto da personale medico di emergenza dell'United Hatzalah, specialisti della FIRST e le squadre di recupero di ZAKA, ma anche a riprenderci i bambini nati con la maternità surrogata (tra mille polemiche, ma non si può di certo lasciarli morire perché sono figli di un embrione discutibilissimo). Venti di questi, figli di coppie gay israeliane, sono stati evacuati dalle zone devastate dal sisma e sono stati portati in aereo in Israele, dove vivranno con i nuovi genitori, ma poi i nostri sono così cattivi che non se la sono sentita di lasciare là le madri naturali ed hanno portato in Israele alcune di loro (anche questo tra tante polemiche). Allora mettiamo in vetrina una corretta immagine di Israele, l'immagine sbagliata è colpa dei media, ma colpa anche di Israele che, pur avendo inventato una miriade di App, non riesce a trasmettere i valori nei quali crediamo. Noi "Israele" andiamo tutti i giorni in Siria a prenderci pezzi di anime da curare ed abbiamo adottato anche un centinaio di orfani. I nostri volontari non hanno tempo di presentarsi nei salotti buoni della città, perché appena rientrano, c'è già una nuova emergenza. Non vanno alle conferenze a dire "io ho curato", "io ho fatto" perché è una cosa che si fa e basta. Uso spesso il termine "noi", "i nostri" anche se ora non sono tecnicamente operativa, perché dove arriva la Zedakà arriva il concetto di "noi", non di "io", e dove ci siamo "noi" o "quelli come me o quelli molto migliori di me" c'è un pezzo di Israele che si muove, vi piaccia o no. Forse facciamo delle cose che non vi piacciono, non vi chiediamo di imitarci in quelle, ma almeno provate ad imitarci laddove facciamo del bene, senza fare il benché minimo rumore.


Commenti

Inviato Giovedi 16 Febbraio alle 21:49

Concetti interessanti, grazie. Poi si ricade nell'applicazione, che è tutta un'altra partita. Valutare quale sia "la cosa giusta"... forse richiede amore, e allora caritas e filantropia assumono altro valore.
Inviato Giovedi 16 Febbraio alle 21:54

Questo non lo discuto e ringrazio la Caritas di Roma che so per certo aver aiutato un Ebreo...la cosa risale a molti anni fa, ma non bisogna rubare lo spazio a chi ne ha davvero il diritto, lo dice il comandamento "Non rubare"
Inviato Giovedi 16 Febbraio alle 22:08

Non capisco cosa voglia dire. Suppongo la Caritas aiuti usualmente ebrei, mussulmani, atei, cristiani ecc. ma mi ero concentrato sul tema più intellettuale e interessante dei principi di caritas e zedakà.
Inviato Giovedi 16 Febbraio alle 22:18

Tutte le volte che lei mi scrive mi dice "non capisco che cosa voglia dire". Io cerco di risponderle anche in maniera educata, ma se non ci capiamo, pazienza!
Inviato Venerdi 17 Febbraio alle 07:29

La carità, si legga Deus caritas est di Benedetto XVI, non è la solidarietà che ha origini ben diverse e d è politica, sociale ed economica come da Costituzione della Repubblica Italiana e basta e alla quale un cittadino è tenuto anche se non ritenesse opportuno esserlo. La carità è amore del fratello,che è addirittura più della giustizia. Questa la differenza tra un uomo(cittadino) e un cristiano, questa la differenza tra un cristiano e un ebreo,non si fa la cosa giusta, si fa perchè si ama e l'amore è talora perfino faticoso e non guarda in faccia a nessuno. Il rifiuto che si fa dell'aiuto di origine ebraica è quella imbarazzante ideologia (il totalitarismo), che ha prodotto gulag e lager.
Inviato Venerdi 17 Febbraio alle 08:11

Ho la fortuna di ragionare da ebrea e da cattolica, di aver avuto un santo e un rabbino pari grado, di aver fatto una scelta consapevole da maggiorenne, di ascoltare le opinioni degli altri, ma di rimanere fortemente ancorata alle mie esperienze di vita. Lei ha ribadito quello che ho scritto "la carità è amore", aggiungo "la zedakà" è fare la cosa giusta, non sempre amore e giustizia sono in sintonia, proprio per il significato allargato della parola amore.
Inviato Venerdi 17 Febbraio alle 08:45

Premetto che sono "terra terra" e devo confessare di aver capito poco. Io mi attengo alla massima "Date a Dio quel che è di Dio, e a Cesare quel che è di Cesare". Secondo me se mi imbatto in una persona in difficoltà, Dio (ovvero la mia umanità) mi impone di aiutarla; se invece sono di fronte a un problema politico, come affrontare il problema di nomadi che non vogliono integrarsi, perché hanno culture diverse, o l'accoglimento di migranti o il trattamento di detenuti ecc. , in questi casi occorre contemperare interessi diversi, a volte opposti, e quindi è la politica (Cesare) che deve rispondere
Inviato Venerdi 17 Febbraio alle 08:58

Giorgio, più o meno il suo/tuo concetto trova dei punti di convergenza con il mio pensiero. Il Direttore si è anche "allargato in senso buono nel titolo", io credo che dare asilo e assistenza a chi fugge dalla guerra, ai cristiani, ebrei, iazidi, ai credenti della democrazia indipendentemente dalla religione e perseguitati nei paesi islamici sia una cosa giusta da fare. Dare assistenza a chi non ne ha il diritto (non parliamo poi degli ex-Isis) significa rubare ai poveri (perché risorse non ce ne sono) e non c'è ladro peggiore di colui che ruba a chi non ha nulla.
Inviato Venerdi 17 Febbraio alle 14:25

Mah, non si vede perchè non ci dovrebbe essere educazione nello scambio di idee.
Il dialogo è un processo che richiede comprensione e comprensibilità, per cui cerco di spiegarmi meglio.
Ho risposto sui principi, affermando che per valutare cosa è giusto serva amore. Da ciò si tragga che, dati i suoi assunti, i due concetti si muovono su piani diversi, ed è forzatura paragonarli e valutarli comparativamente.
Inviato Venerdi 17 Febbraio alle 17:23

Kaiser, ha ragione, mi scuso avevo letto male il suo primo messaggio e quindi non sono stata coerente nelle risposte. Mi scuso.
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