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Lord Kelso in riva all'Adige

Di Piero Casentini Mercoledi 11 Gennaio 2017 alle 12:40 | 0 commenti

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L'11 gennaio 1944, nel poligono di tiro di forte San Procolo a Verona, furono fucilati alla schiena Galeazzo Ciano, Emilio De Bono, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli e Carlo Pareschi. Il 25 luglio dell'anno precedente, insieme ad altri 14 membri del Gran Consiglio del Fascismo, avevano votato l'ordine del giorno Grandi che sfiduciò Benito Mussolini da capo del governo. Mussolini fu quindi arrestato dopo aver rassegnato le dimissioni a re Vittorio Emanuele III che aprì al governo Badoglio, terminato 45 giorni dopo con l'ambivalente messaggio radio dell'8 settembre che divulgava l'armistizio con gli Alleati firmato a Cassibile cinque giorni prima. Le truppe tedesche occuparono il territorio italiano da nord, mentre Mussolini venne liberato dal Gran Sasso dove era stato imprigionato.

Nasceva così la Repubblica sociale italiana, stato vassallo della Germania nazista, che il 14 novembre del '43 inaugurò a Castelvecchio di Verona il congresso del neonato partito fascista repubblicano. Durante i lavori venne immediatamente proposta la restaurazione del Tribunale per la difesa dello Stato, che nei precedenti anni aveva condannato e mandato al confino centinaia e centinaia di antifascisti, con l'obbiettivo dichiarato di processare innanzitutto i "traditori" del 25 luglio. Solo Marinelli, Pareschi, Gottardi, De Bono, Ciano e Tullio Cianetti furono catturati e portati a Verona; la prima udienza si celebrò l'8 gennaio 1944 all'interno della sala da concerto degli Amici della Musica di Castelvecchio. Un avvocato difensore sollevò dubbi d'incompetenza, dal momento che tre degli imputati, De Bono, Ciano e Cianetti, erano militari e quindi avrebbero dovuto essere processati da un tribunale militare, ma il pubblico ministero Andrea Fortunato rigettò la richiesta. Questi propose sei condanne a morte per i sei imputati. Solo Cianetti si salvò, rimediando una condanna a trent'anni di reclusione grazie ad una lettera che il 25 luglio 1943 aveva inviato a Mussolini ritirando il suo voto all'ordine del giorno Grandi. Alle 9 del mattino dell'11 gennaio 1944, i cinque condannati a morte furono fatti sedere su cinque seggiole, con le schiene rivolte ai 30 militi fascisti che componevano il plotone d'esecuzione, e fucilati. Rimane un filmato in bianco e nero, fortunosamente ritrovato da Renzo De Felice all'Archivio centrale dello Stato, che immortala tutte le fasi del macabro rito. L'aspetto tragico di questa vicenda, quasi un'anticipazione della guerra fratricida che avrebbe insanguinato l'Italia nei successivi 15 mesi, risiede nei legami affettivi e familiari che univano i "traditori" al "tradito". Tutti e cinque i condannati erano fascisti della prima ora, molti avevano fatto la Marcia su Roma nel '22 e avevano rivestito cariche di responsabilità durante il ventennio. De Bono, che al momento dell'esecuzione aveva 77 anni, era stato addirittura un quadriumviro. Ma il caso più tragico, nel senso più pieno della parola, è quello di Galeazzo Ciano, genero di Mussolini. Ciano aveva sposato Edda, la primogenita di Rachele Guidi e Benito Mussolini, aveva con lei tre figli, i primi nipoti del duce. Era un bell'uomo, probabilmente un arrivista, che dopo una rapida e luminosa carriera aveva sfiduciato il suocero quando era evidente a molti, se non a tutti, che la guerra era perduta. Nell'agosto del '43 si era rifugiato insieme alla famiglia a Monaco di Baviera, dove a metà settembre giunse anche Mussolini appena liberato dai paracadutisti tedeschi. Forse Ciano sperava di emigrare in Spagna, ma il 17 ottobre 1943 venne estradato in Italia su richiesta della neonata Repubblica sociale, guidata dal suocero redivivo. La resa dei conti era fortemente voluta dai fedelissimi del fascismo, desiderosi di vendicare con la morte i fautori del "colpo di Stato", come lo definì Alessandro Pavolini, che aveva fatto collassare il fascismo. I tentativi di Edda per salvare il marito furono inutili. Anche la domanda di grazia che Ciano firmò tra il 10 e l'11 gennaio 1944 non portò a nulla. Fu così che un nonno uccise, o non fece nulla per salvare, il marito della figlia, nonché padre dei suoi nipotini, quasi fosse una pagina de Il ritratto di Dorian Gray, laddove si diffonde la notizia che Lord Kelso avrebbe assoldato un sicario per eliminare il genero. Ma non si trattava di letteratura, bensì di un dramma tra il pubblico e il privato, inscritto nella più ampia tragedia della guerra mondiale. La famiglia Mussolini sembrerebbe aver simbolicamente dato avvio alla guerra civile che avrebbe diviso famiglie, lacerato rapporti d'amicizia, mentre la Repubblica sociale adottava la violenza, la delazione e il terrore come strumenti di governo nel tentativo di affermare la sua esistenza. L'esercito della RSI, sulla cui esistenza ed operatività rimangono numerosi dubbi, recentemente corroborati dal lavoro di Carlo Gentile sulle stragi tedesche in Italia, fu guidato dal maresciallo Rodolfo Graziani, il quale, sopravvissuto alla guerra, sarebbe morto l'11 gennaio 1955 dopo essere stato presidente onorario del Movimento Sociale Italiano. 11 anni esatti dopo i "traditori" ammazzati dai suoi militi. Nel dopoguerra Castelvecchio divenne un importante museo, alla cui direzione sarebbe arrivato Licisco Magagnato, storico dell'arte vicentino e già partigiano col gruppo dei Piccoli maestri guidati da Antonio Giuriolo. Si devono a Magagnato, il Franco di alcuni libri di Luigi Meneghello, i lavori compiuti da Carlo Scarpa che rimodellarono gli spazi del castello. Da allora gli unici processi che vi si celebrano sono quelli di restauro e di attribuzione di opere d'arte.


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Sabato 13 Gennaio alle 18:56 da kairos
In Lettura di Parolin e Formisano su Vittorio Emanuele II, Indipendenza Veneta Vicenza Città: irrispettoso ricordare a Vicenza "il re infingardo che sottomise Terre Venete"
A CAMMILLO CAVOUR


nel 1867.

___


O nell’ora del nembo e del periglio
Sempre invocato, che più grande appari
Quanto più gonfi il trepido naviglio
4Battono i mari;

Chiuse son l’Alpi allo stranier: clemente
Rise una volta a’ popoli fortuna:
Tutte al suo desco le città redente
8Italia aduna.

Più non cercar. Delle battaglie il nome
Oh non chiedere a’ tuoi: sovra qual onda,
Sovra qual campo; e se le nostre chiome
12Lauro circonda.

A’ vincenti terribile il vessillo
Parve d’Italia: i giovani guerrieri
Volâr sull’ erta, ma con noi, Cammillo,
16Tu più non eri.

[p. 180 modifica]

Invan crebber le file: invan da’ porti
Più possente navil sciolse il nocchiero;
Non valser tante prue, tante coorti
20Il tuo pensiero.

In picciol nido l’aure interrogando,
Con poco stame a lunga tela assiso,
E l’ovra della mente ardua velando
24Di facil riso,

Gli occhi alzasti; e di fanti e di cavalli
Alla muta parola obbedïenti
Dal Cenisio sull’itale convalli
28Sceser torrenti.

E pria sul lido del remoto Eusino
Fra le pugne agitata e fra le nevi
La morta face del valor latino
32Raccesa avevi.

A’ cupi genî del Tirren custodi
Serti offrivi non visto, e taciturna
La partenza pregavi e fida ai prodi
36L’aura notturna,

Quando dell’Etna alla fremente riva
I Mille veleggiavano; portavi,
Celando sotto il mar la man furtiva,
40Le balde navi.
[p. 181 modifica]


Sparver gli avversi troni; e del tuo spiro
Che percorrea de’ novi abissi il seno,
La possa irresistibile sentiro
44Adria e Tirreno.

Itali fummo. Ed esultavi allato
Del Re più degno in Campidoglio atteso,
Quando cadevi, e dell’Italia il fato
48Parve sospeso.

Ansio cadevi dell’Olimpo al piede,
Indomato Titano. Orfana ancora
Sull’orma tua, cui pari altra non vede,
52Italia plora.

Ode di pugne inauspicate il foro
Risonar tempestoso; ed ella intanto
A’ suoi mali non trova altro ristoro
56Che sdegno e pianto.

Dell’indugio si sdegna e de’ consigli
Con gioco assiduo sul fiorir recisi;
D’altre barriere, che di monti, i figli
60Piange divisi.

O nata a non perir, stirpe fatale!
O risorgente dalle tue ruine
Popolo, che ricigni or l’immortale
64Infula al crine;
[p. 182 modifica]


De’ secoli più grande e de’ tuoi guai,
Se come in altro dì non ti è concesso
Reggere il mondo, mostra almen che sai
68Regger te stesso.
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