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La parola del giorno è: tepore

Di Redazione VicenzaPiù Lunedi 25 Dicembre 2017 alle 10:52 | 0 commenti

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Tepore [te-pó-re]. SIGN Calore confortevole, piacevole, dal latino [tepor], derivato di [tepère] 'essere tiepido'.Questa è una delle parole più graziose che abbiamo in sorte di poter pronunciare. E la sua non è una grazia ricercata, astrusa: è una parola comune e cardinale, anche perché ha pochi sinonimi percorribili. Si tratta di un lieve calore, ma 'lieve calore' è un'espressione piuttosto didascalica; il termine che le si avvicina di più è 'calduccio', che però ha un tono naïf. Per non parlare di 'tiepidezza': pur avendo la medesima origine nel latino tepere richiama un 'tiepido' spesso evocato come calore scarso.

Essa descrive con precisione netta un calore confortevole, che col suo essere moderato dà un piacere schietto. Nelle ultime giornate dell'inverno cerchiamo il nuovo tepore dei raggi del sole, entrando in casa veniamo accolti da un tepore avvolgente, siamo restii ad abbandonare il tepore del letto, e il tepore di una conversazione ci mette intimamente ad agio. E proprio il carattere d'intimità è uno degli esiti più efficaci di questa parola: perché il consunto 'calore umano' può essere calor bianco, di rabbia, di passione. Il tepore invece appartiene a un campo di sentimenti tutti positivi e posati, di incontro calmo e condivisione sincera.
______________________________

(Luciano Cecchinel, Come il respiro di un profumo)

Luce bianca d'inverno,
come il respiro di un profumo
io ti avevo sentito
nel tepore ubriaco
di un lento vorticante
cielo stellato.

E fosti
sbrecciando le muraglie del buio,
ammutolendo gli urli
remoti delle notti.
Perché anche l'ora più oscura
Si facesse casa.

La neve, pragmaticamente parlando, è una specie di pioggia, e per lo più foriera di seccature. Ma allora perché il sogno di tutti noi è un ‘bianco Natale', e ai primi bruscolini esultiamo come per un dono inaspettato? Me lo stavo giusto domandando , quando mi è capitata davanti questa poesia di Luciano Cecchinel, un poeta veneto contemporaneo.
La prima strofa ruota attorno al presentimento della neve. Nell'aria c'è qualcosa, ma non un profumo distinto: è come se sentissimo sulle guance il respiro di una persona cara. Peraltro la neve è qui associata alla figura femminile, e dunque all'avvento dell'amore.
Perciò, nonostante il freddo, sentiamo un tepore confuso: il cielo sopra di noi sembra addolcirsi, come lo sguardo caldo di qualcuno che ci vuol bene; ma al tempo stesso la sua immensità ci dà le vertigini. Siamo pieni di un'ebbrezza d'attesa, che non sappiamo spiegare. La volta stellata ruota lentamente, e forse quelle piccole luci preannunciano già i cristalli di neve, che fioccheranno al suolo come visitatori da un altro mondo.
Poi la neve arriva ("e fosti"), e ha tutta la forza dell'inaspettato. Così, in pochi istanti, tutto il mondo sembra trasfigurarsi nella luce e nel silenzio.
Il baluginio della neve, infatti, apre una breccia nelle "muraglie del buio": nelle prigioni della solitudine e della monotonia s'infiltra un'intuizione di libertà, di gioia. Mentre un silenzio serafico zittisce "gli urli remoti" del dolore e della paura, ispirando una fiducia senza ragione... quasi portasse un'aria di casa.
E allora ecco, forse, perché non sappiamo immaginare un Natale senza la neve. Perché questa è la festa della (sacra) famiglia, in cui si concretizza il desiderio di essere amati e accolti, di sentirsi al proprio posto. Dunque il Natale è il momento in cui tutto il mondo ha il tepore di una casa; o, per chi crede, in cui ogni casa ha il tepore di una capanna. E la neve, con la sua dolcezza solenne, porta in sé questo segreto.
* * *

Lucia Masetti, dottoranda in studi umanistici all'Università Cattolica di Milano, ogni lunedì apre uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Si dice spesso "Ti faccio i miei migliori auguri". Ma poi quali siano questi auguri migliori non si specifica. Ebbene, il nostro migliore augurio per te, oggi, è questo: che tu sia un fuoco di legna per gli altri e gli altri lo siano per te. Buon Natale, di cuore.

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A CAMMILLO CAVOUR


nel 1867.

___


O nell’ora del nembo e del periglio
Sempre invocato, che più grande appari
Quanto più gonfi il trepido naviglio
4Battono i mari;

Chiuse son l’Alpi allo stranier: clemente
Rise una volta a’ popoli fortuna:
Tutte al suo desco le città redente
8Italia aduna.

Più non cercar. Delle battaglie il nome
Oh non chiedere a’ tuoi: sovra qual onda,
Sovra qual campo; e se le nostre chiome
12Lauro circonda.

A’ vincenti terribile il vessillo
Parve d’Italia: i giovani guerrieri
Volâr sull’ erta, ma con noi, Cammillo,
16Tu più non eri.

[p. 180 modifica]

Invan crebber le file: invan da’ porti
Più possente navil sciolse il nocchiero;
Non valser tante prue, tante coorti
20Il tuo pensiero.

In picciol nido l’aure interrogando,
Con poco stame a lunga tela assiso,
E l’ovra della mente ardua velando
24Di facil riso,

Gli occhi alzasti; e di fanti e di cavalli
Alla muta parola obbedïenti
Dal Cenisio sull’itale convalli
28Sceser torrenti.

E pria sul lido del remoto Eusino
Fra le pugne agitata e fra le nevi
La morta face del valor latino
32Raccesa avevi.

A’ cupi genî del Tirren custodi
Serti offrivi non visto, e taciturna
La partenza pregavi e fida ai prodi
36L’aura notturna,

Quando dell’Etna alla fremente riva
I Mille veleggiavano; portavi,
Celando sotto il mar la man furtiva,
40Le balde navi.
[p. 181 modifica]


Sparver gli avversi troni; e del tuo spiro
Che percorrea de’ novi abissi il seno,
La possa irresistibile sentiro
44Adria e Tirreno.

Itali fummo. Ed esultavi allato
Del Re più degno in Campidoglio atteso,
Quando cadevi, e dell’Italia il fato
48Parve sospeso.

Ansio cadevi dell’Olimpo al piede,
Indomato Titano. Orfana ancora
Sull’orma tua, cui pari altra non vede,
52Italia plora.

Ode di pugne inauspicate il foro
Risonar tempestoso; ed ella intanto
A’ suoi mali non trova altro ristoro
56Che sdegno e pianto.

Dell’indugio si sdegna e de’ consigli
Con gioco assiduo sul fiorir recisi;
D’altre barriere, che di monti, i figli
60Piange divisi.

O nata a non perir, stirpe fatale!
O risorgente dalle tue ruine
Popolo, che ricigni or l’immortale
64Infula al crine;
[p. 182 modifica]


De’ secoli più grande e de’ tuoi guai,
Se come in altro dì non ti è concesso
Reggere il mondo, mostra almen che sai
68Regger te stesso.
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