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La musìna di Zonin: copyright del 26 aprile 2014, a crac conclamato della BPVi

Di Giovanni Bertacche Venerdi 10 Novembre 2017 alle 10:52 | 0 commenti

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La musìna di Gianni Zonin. L'espressione - di considerare la Banca Popolare di Vicenza come una musina - copyright dello stesso imprenditore vinicolo, con il furbesco intento di rassicurare i risparmiatori. Fu pronunciata dal banchiere nell'assemblea del 26 aprile 2014, a crac conclamato. Sono trascorsi da allora oltre tre anni e tante vicende hanno interessato la banca-musina, lasciando sul lastrico aziende e tanti risparmiatori; in pratica un vicentino su due. Solo che il banchiere, benchè defenestrato, si è tenuta stretta la sua "musina" che non era la banca, bensì gli affari che vi svolgeva con o tramite la stessa.

L'imprenditore vinicolo ha raccolto il meglio della "vigna", l'ha ben pigiato e posto in otri sicuri. Che anzi quando la stagione piuttosto avversa pareva mettere a repentaglio il prezioso raccolto, non esitava a trasferire altrove il suo tesoro. L'invidia allora circondò il vignaiolo, per proteggerlo dalla rabbia, che ogni giorno montava più aggressiva. Quando la gestione per il salvataggio - aumento di capitale per intervento del fondo Atlante - non offre alcuna prospettiva di soddisfare i clienti dell'istituto. Quando alcuni azionisti si piegheranno a un rimborso risibile e tombale a fronte dell'alternativa di rimetterci l'intero capitale mentre i più, dopo la liquidazione coatta, correntisti, obbligazionisti, portatori di azioni baciate (bacio di Giuda) rimarranno a bocca asciutta. Beffati da un sistema che con tanta sfrontatezza non esita a liquidare l'amministratore delegato designato da Atlante, Francesco Iorio, per 5 milioni di euro!

Ora sono di turno i commissari liquidatori, più preoccupati di rimborsare i 5,3 miliardi anticipati dallo Stato in favore della subentrante Banca Intesa Sanpaolo che ha acquistato (per 1 euro!) la parte buona della Popolare vicentina. Mentre il patrimonio della Popolare, doveva soddisfare i risparmiatori. Di quella banca non c'era più nulla da salvare, nemmeno il nome. Invece al danno la beffa; come non si sapesse che il mercato avrebbe supplito. Là dove se ne va una banca, un'altra ne prende il suo posto. Mors tua, vita mea. Invece no, si mandano in malora 40 mila aziende e 200 mila azionisti per salvare la "posizione" di una banca fallita. Al controsenso dell'intervento del governo si aggiungono le intelligenze locali. Il Comune di Vicenza, da sciacallo, vuole per sé il palazzo Thiene, sede della Popolare, anziché consentire le restituzioni. E poi la Magistratura. Oltre ai ritardi, è dall'inizio degli anni zero che si gingilla intorno a quella banca, non ha preso le dovute misure contro i responsabili, a cominciare dal vignaiolo che intanto ha avuto tutto il tempo per mettere al riparo la sua "musina". Le responsabilità si sarebbero dovute estendere anche per i contenuti (truffe, false informazioni) al consiglio di amministrazione, al collegio sindacale, al management, alla vigilanza di Bankitalia, alla Consob, a tutti quei funzionari ed ex magistrati per le loro imperdonabili compiacenze. Sarebbe sommamente intollerabile che tanta montagna (di carte) partorisse il classico topolino.


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Sabato 13 Gennaio alle 18:56 da kairos
In Lettura di Parolin e Formisano su Vittorio Emanuele II, Indipendenza Veneta Vicenza Città: irrispettoso ricordare a Vicenza "il re infingardo che sottomise Terre Venete"
A CAMMILLO CAVOUR


nel 1867.

___


O nell’ora del nembo e del periglio
Sempre invocato, che più grande appari
Quanto più gonfi il trepido naviglio
4Battono i mari;

Chiuse son l’Alpi allo stranier: clemente
Rise una volta a’ popoli fortuna:
Tutte al suo desco le città redente
8Italia aduna.

Più non cercar. Delle battaglie il nome
Oh non chiedere a’ tuoi: sovra qual onda,
Sovra qual campo; e se le nostre chiome
12Lauro circonda.

A’ vincenti terribile il vessillo
Parve d’Italia: i giovani guerrieri
Volâr sull’ erta, ma con noi, Cammillo,
16Tu più non eri.

[p. 180 modifica]

Invan crebber le file: invan da’ porti
Più possente navil sciolse il nocchiero;
Non valser tante prue, tante coorti
20Il tuo pensiero.

In picciol nido l’aure interrogando,
Con poco stame a lunga tela assiso,
E l’ovra della mente ardua velando
24Di facil riso,

Gli occhi alzasti; e di fanti e di cavalli
Alla muta parola obbedïenti
Dal Cenisio sull’itale convalli
28Sceser torrenti.

E pria sul lido del remoto Eusino
Fra le pugne agitata e fra le nevi
La morta face del valor latino
32Raccesa avevi.

A’ cupi genî del Tirren custodi
Serti offrivi non visto, e taciturna
La partenza pregavi e fida ai prodi
36L’aura notturna,

Quando dell’Etna alla fremente riva
I Mille veleggiavano; portavi,
Celando sotto il mar la man furtiva,
40Le balde navi.
[p. 181 modifica]


Sparver gli avversi troni; e del tuo spiro
Che percorrea de’ novi abissi il seno,
La possa irresistibile sentiro
44Adria e Tirreno.

Itali fummo. Ed esultavi allato
Del Re più degno in Campidoglio atteso,
Quando cadevi, e dell’Italia il fato
48Parve sospeso.

Ansio cadevi dell’Olimpo al piede,
Indomato Titano. Orfana ancora
Sull’orma tua, cui pari altra non vede,
52Italia plora.

Ode di pugne inauspicate il foro
Risonar tempestoso; ed ella intanto
A’ suoi mali non trova altro ristoro
56Che sdegno e pianto.

Dell’indugio si sdegna e de’ consigli
Con gioco assiduo sul fiorir recisi;
D’altre barriere, che di monti, i figli
60Piange divisi.

O nata a non perir, stirpe fatale!
O risorgente dalle tue ruine
Popolo, che ricigni or l’immortale
64Infula al crine;
[p. 182 modifica]


De’ secoli più grande e de’ tuoi guai,
Se come in altro dì non ti è concesso
Reggere il mondo, mostra almen che sai
68Regger te stesso.
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