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La lectio magistralis del cardinale Pietro Parolin alla chiusura dell'anno di attività dell'Accademia Olimpica

Di Redazione VicenzaPiù Sabato 17 Giugno alle 21:12 | 0 commenti

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Pubblichiamo di seguito il testo della lectio magistralis tenuta questo pomeriggio dal card. Pietro Parolin, in occasione della cerimonia di chiusura dell'anno di attività dell'Accademia Olimpica, della quale è socio onorario. Il Segretario di Stato vaticano cardinale Pietro Parolin ha approfittato della giornata anche per una visita a Palazzo Chiericati dove ha ammirato la sua pinacoteca e si è incontrato. con gli amministratori locali.

"La scommessa della fraternità: una riflessione a cinquant'anni dalla Populorum Progressio"

Accademia Olimpica, Vicenza,17 giugno 2017

Sua Eccellenza Mons. Beniamino Pizziol, Vescovo di Vicenza, Signor Presidente dell'Accademia Olimpica,
Illustri Accademici,
Signor Sindaco di Vicenza,
Distinte Autorità civile, religiose e militar i, Gentili Signore e Signori,

Saluto tutti con viva cordialità e ringrazio di cuore per l'alto onore che mi è stato concesso di venire accolto come Accademico Onorario dell'Acca d emi a Olimpica. Vi confesso che la proposta di nomina mi ha causato non poca trepidazione, ma alla fine l'ho accettata, convinto che tale scelta voglia onorare soprattutto Papa Francesco, che mi ha affidato il servizio di Segretario di Stato e possa significare in qualche modo un riconoscimento alla terra vicentina e alla città di Vicenza, per me carissime e alle quali mi sento molto legato, nonostante la lunga assenza.
Sono lieto questa sera di offrire alcune riflessioni nella splendida cornice del Teatro Olimpico, in occasione della cerimonia di chiusura dell'anno accademico dell'Acca d e m ia Olim pica , che si pone come un autentico scrignò d'arte e di storia, di lettere e di studio, di scienza e di cultura nel cuore della città Vicenz a . Come è noto, nel 1556, Elio Belli disegnò l'emblema dell'Accademia: un circo romano per le còrse dei cavalli, accompagnato dell'emistichio virgiliano "Hoc Opus, Hic Labor". Esso, tratto dal Libro IV dell'Eneide (IV, 129), richiama l'avvertimento della Sibilla ad Enea sulla soglia dell'Averno: il difficile non è entrarvi, ma la vera impresa è uscirne.
Sul piano della riflessione intellettu ale, l'espressione assume i tratti di una immagine emblematica: la vera sfida per l'intelligenza dell'uomo non è tanto quella di constatare l'esistenza dei problemi, quanto la capacit di attraversare il labirinto delle loro asperità, per trovarne, con acume, la soluzione. E al riguardo, vale anche il richiamo dell'Aligh ieri : "Qui si parrà la tua nobilitate" (lnf. II, 9). Per qu es t o, i Fondatori volevano cogliere la vera sfida dell'intelligenza, abbracciando ogni branca del sapere,
con una visione ecclettica ante litteram: dalle arti alla musica; dallo studio della matematica all'esercizio delle ar mi; dalla filosofia alla medicina, dalla cosmografia all'architettura, coinvolgendo uomini di scienza e di lettere, e promuovendo un vero e proprio rilancio della classrcità: basti qui citare il genio del Palladio.
Tutto nasce dalla libertà intellettuale che si lascia affascinare dalla bellezza del mondo e ne vuole indagare l'origine ultima, quella che dà dignità e profondità alle cose che sono. Anche Papa Francesco lo ha ricordato, ricevendo in Vaticano i padri gesuiti della rivista "La Civiltà Cattolica", facendo ricorso ad una immagine suggestiva per indicare il cammino e la fatica della riflessione critica, specialmente nell'attuale contesto: quella della navigazione. Nel fluttuare delle situazioni storiche, nel mutare degli avvenimenti e delle prospettive, il Papa ha invitato a "restare in mare aperto", oyvero in un orizzonte vasto di esplorazione, ove si possono incontrare certamente tempeste e vento contrario, ma dove si possono affrontare le grandi sfide, con spirito costruttivo1.
L'immagine che il Santo Padre ha evocato in quell'occasione, penso abbia molto da dire anche per quanto attiene all'ambito della cultura, dell'arte, della ricerca e dell'impegno per il bene comune. Sappiamo che il nostro tempo è caratterizzato da sfide inedite e da situazioni di grave complessità sul piano locale e su quello internazionale e, tuttavia, questo nostro tempo chiede di essere "abitato" per aprire strade nuove e favorire soluzioni creative. Al riguardo, da diversi anni si parla di un'epoca di crisi: sperimentiamo crescenti tensioni, ci troviamo in un orizzonte nel quale molti punti di riferimento sono venuti a mancare, ove il sistema stesso degli equilibri internazionali appare fortemente indebolito e con esso anche alcuni elementi essenziali del diritto. Non viviamo solamente un'epoca di cambiamenti, ma ci troviamo nel cuore di un "cambiamento d'epoca".
Per questo ho pensato di soffermarmi nell'odierna riflessione su "La scommessa della fraternità, a cinquant'anni dalla Populorum Progre ssio" di Papa Paolo VI. Lo vorrei fare a partire dalle peculiarità della terra vicentina, tracciando come un ponte ideale tra passato e presente, tra dimensione locale e globale, e

1 FRANCESCO, Discorso alla Comunità de "La Civiltà Cattolica" , Sala del Concistoro, Palazzo Apostolico Vaticano, 9 febbraio 2017.

poggiandolo sulle fondamenta sicure della nostra cultura e del nostro patrimonio spirituale.

La terra vicentina è una terra aperta verso il mondo. Ciò le deriva dal singolare percorso della sua storia, dall'essere stata anche parte integrante di quella Repubblica di Venezia, che col passare dei secoli aveva assunto i tratti di un vero e proprio crocevia tra le culture e i popoli, a livello commerciale certamente, ma anche sul piano dell'arte e della scienza. Mi limito, tra i tanti, a citare un episodio che mi pare emblematico.
Quando, nel 1519, il nostro concittadino Antonio Pigafetta, geografo, studioso di matematica e di astronomia, si trovava a Barcellona, al s guito del Nunzio Pontificio, Mons. Francesco Chiericati, rimase affascinato dall'impresa della circumnavigazione del globo che Ferdinando Magellano stava organizzando. Co ì con l'appoggio del Rappresentante del Papa, ottenne da Carlo V il permesso di prendere parte alla spedizione. La sua presenza sarà provvidenziale, perché dopo la morte di Magellano, avvenuta il 27 aprile 1521, nella battaglia di Mactan (nelle Filippine), insieme a una sessantina di superstiti, Pigafetta potrà portare a termine quell'incredibile impresa, dopo aver doppiato il Capo di Buona Speranza e giungendo a San Lucar presso Siviglia, il 6 settembre 15222• All'origine di quella straordinaria avventura, e di altre simili che la storia ha conosciuto, vi era un radicato atteggiamento di fiducia nella provvidenza di Dio, da una part e, e nelle capacità dell'uomo, dall'altra.
Sono tante le figure di vicentini che si sono contraddistinti sia come membri di questa illustre Accademia - da Valerio Chiericati a Giacomo da Schio, insieme a Anton Maria Angiolelli, al conte Da Monte, a Giacomo Pagello e Giuseppe Ovetari, al matematico Silvio Belli, e molti altri - sia come generosi portatori dello spirito di queste terre "fin nei mari estremi". Mi riferisco in particolare a quan ti, senza indugi o calcoli di sorta, si sono fatti annunciatori del Vangelo in terre lontane: dai missionari diocesani, a quelli teatini e di altre famiglie religiose, fino a comprendere molti laici, tra i quali il dott. Anacleto Dal Lago, medico volontario del CUAMM di Padova, ma partito da Schio con sua moglie nel 1955, che dedicò l'intera vita alla promozione umana e cristiana in Africa.

Cfr. MAXIMILIANUST RANSYLVANUS e ANTONIO PlGAFETT A, il Viaggio fatto dagli Spagniuoli attorno al mondo, Venezia 1536.

 

Così si è proiettata verso l'esterno quell'esperienza particolare di essere una "terra .ponte", come lo è stata la Serenissima, tra Oriente e Occidente. Non per nulla il Palladio stesso, da un lato si fece ispirar e dal potente ritorno alle figure classiche dell'architettura, dalle ville per la nobiltà vicentina, alla basilica palladiana, fino al progetto del "Teatro dell'Accademia" e ne rilanciò il valore simbolico ed estetico per una società in rapido cambiamento. Dall'altro, seppe cogliere i segni di un'epoca nuova, coniugando la propria arte con le inedite attese della gente del suo tempo. In merito ha osservato il noto storico dell'architettura
James Ackerman: "Se [Palladio] non fosse esistito, si sarebbe dovuto inventarlo._ E in un certo senso egli fu 'inventato': se agli inizi della rivoluzione agraria, un gentiluomo quasi di campagna come Trissino non lo avesse tratto dalla sua bottega di tagliapietre, Andrea Dalla 0017-dola non sarebbe diventato Palladio, e tanto meno un architetto. I tempi crearono l'individuo; fortunatamente, quell'individuo era un genio''3.

In pari tempo, dal dinamismo culturale e dal patrimonio cristiano di queste terre si è sviluppata, nel corso dei secoli, una particolare attenzione per la promozione della persona umane per il suo inserimento in una comunità capace di garantirne i diritti e i doveri, rispettandone la dignità. Una tale consapevolezza ha favorito la nascita di organizzazioni sociali di tipo solidale e cooperativo, che hanno lavora to con assiduità ad uno sviluppo sostenibile di questo territorio, specialmente per le fasce più deboli delle nostre comunità. Ciò è avvenuto ad ogni passaggio d'epoca: dal tempo della riforma agraria, a quello della rivoluzione industriale, fino al rilancio economico e finanziario del secondo dopoguerra.
Oggi questa stessa sfida assume una dimensione davvero planetaria. Quanto si realizza a livello locale ha una ripercussione quasi immediata anche sul piano globale. Siamo tutti inter­ connessi attraverso le maglie digitali di una vera e propria comunità virtuale, eppure, mai come oggi, riemergono la solitudine individuale, la precarietà del percorso personale e una certa sensazione di poter essere "scartati", sul piano del lavoro e delle proprie attese professionali, o semplicemente perché si viene considerati inadeguati rispetto ai nuovi parametri di sviluppo.


Cfr. J.S. Ac KERMAN, Palladio, tr. lt. G. Scattone, Einaudi, Torino 2000.

Il Santo Padre lo ha puntualmente sottolineato, accogliendo in Vaticano i membri della Global Foundation, il 13 gennaio scorso: "E' inaccettabile, perché disumano, un sistema economico mondiale che scarta uomini, donne e bambini, per il fatto che questi sembrano non essere più utili ai criteri di redditività delle aziende o di altre organizzazioni. Proprio questo scarto delle persone costituisce il regresso e la disumanizzazione di qualsiasi sistema politico ed economico: coloro che causano o che permettono lo scarto degli altri diventano essi stessi una macchina senza anima, accettando implicitamente il principio che anche loro, prima o poi, saranno scartati, quando non saranno più utili ad una società fondata meramente sull'idolo del 'dio denaro" 4•
Già nel 1991, San Giovanni Paolo II, di fronte al crollo dei sistemi politici, che avevano oppresso tanta parte dell'Europa e di altre regioni del mondo, guardando alla progressiva integrazione dei mercati appena avviata, e che oggi conosciamo con il termine di globalizzazione, avvertiva circa il rischio che si diffondesse ovunque un'altra ideologia altrettanto radicale, di tipo capitalistico. Essa si sarebbe caratterizzata per il rifiuto di prendere in considerazione i fenomeni dell'emarginazione, dello sfruttamento e dell'alienazione umana, ignorando così le moltitudini che vivono ancora in condizioni di profonda miseria materiale e morale, ed affidandone fideisticamente la soluzione unicamente al libero sviluppo delle forze del mercato. Egli, domandandosi se un tale sistema economico fosse il modello da proporre a coloro che cercavano la via del vero progresso sociale, riteneva che la risposta dovesse essere decisamente negativa: "Questa non è la via!"5•

. In un tale dinamismo, la nostra terra vicentina è pienamente inserita in quanto, con la sua laboriosità instancabile e generosa, ha le caratteristiche per rispondere a quella peculiare vocazione allo sviluppo, che costituisce il cuore del messaggio del Beato Paolo VI nella Populorum Progressio. Infatti, "nel disegno di Dio - afferma Papa Montini - ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione''6. È proprio tale costatazione a legittimare l'interesse della Chiesa per le problematiche dello


4 FRANCESCO, Discorso ai partecipanti della "Rome Roundtable" della Global Foundation, Vaticano , 13 gennaio 2017.
5 GIOV ANNI P AOLO II, Lettera enciclica "Cente simu s Annu s" , 42.
6 P AOLO VI, Lettera enciclica "Popolorum Progressio" (di s egu it o PP), 15.

sviluppo7 , poiché l'uomo deve poter essere messo in condizione di portare a compimento la propria vocazione. Ciò esige di "essere affrancati dalla miseri.a, garantire in maniera più sicura la propri.a sussistenza, la salute, una occupazione stabile; una partecipazione più piena alle responsabilità, al 7:1.i fùori. da ogni oppressione, al riparo da situazioni che offendono la[...} dignità di uomini; godere di una maggiore istruzione; in una parola, fare conoscere e avere di più, per essere di più: ecco l'aspirazione degli uomini di oggi, mentre un gran numero d'essi è condannato a vivere in condizioni che rendono illusori.o tale legittimo desideri.o''8. L'osservazione di Paolo VI appare poi ancor più pertinente e profetica nell'attuale contesto planetario tanto variegato e complesso da imporre una riflessione appro ondita sul significato e sulle caratteristiche di uno sviluppo che sia autenticamente umano.
La Populorum Progressio viene pubblicata nel 1967, appena
due anni dopo la hiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II, il cui ultimo frutto magisteriale era stata la Costituzione Apostolica Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Con questa enciclica, Papa Montini si colloca al culmine di un percorso, che aveva lungamente impegnato i precedenti Pontefici nell'affrontare i problemi sociali dell'epoca contemporanea, attraverso una serie di documenti che costituiscono il corpus di quella che chiamiamo comunemente Dottrina sociale della Chiesa. La Populorum Progressio è un punto di arrivo importante di questo cammino, ma soprattutto è il punto di partenza di una nuova prospettiva, che nasce dalla costatazione che "oggi, il fatto di maggior rilievo, del quale ognuno deve prender coscienza, è che la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale''9. Paolo VI "ribadì - afferma Benedetto XVI nella Cari.tas in veri.tate - l'impre scindibile importanza del Vangelo per la costruzione della società secondo libertà e giustizia, nella prospettiva ideale e storica di una civiltà animata dall'am ore. Paolo VI comprese chiaramente come la questione sociale fosse diventata mondiale e colse il richiamo reciproco tra la spinta all'u nificazione dell'u manità e l'id ea le cri.stiano di un'u nica famiglia dei popoli, solidale nella comune fraternità. Indicò nello s viluppo, umanamente e cristianamente inteso, il cuore del messaggio sociale cri.stiano e


7 Cfr. BENE DETI O XVI, Lettera enciclica "Caritas in veritate" (d i seguito CV), 16.
8 PP , 6.
9 PP, 3.

propose la carità cristiana come principale forza a servtzio dello sviluppo"10 .

Papa Montini sembra · dunq-qe porsi 1n modo profetico interrogativi oggi dram maticam en te attuali: quando lo sviluppo è autenticamente umano? Che cosa signifi a syiluppo umano in un contesto globale? Fin da subito il Beato Pontefice sgombra il campo da possibili equivoci: lo svilu ppo non è sinonimo di crescita economie .e non può ridursi essenzialmente ad essa11. "Per essere autentico sviluppo - afferma - deve essere integrale, il che vuol dire volto alla Rromozione di ogni uomo e di tutto l'uomo. Com'è stato giustamente sottoli eato da un eminente esperto: 'noi non accettù;imo di separare l' economico dall'u mano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce . Ciò che conta per noi è l'uomo, ogni uomo, ogni gruppo . d'uomini, fino a comprendere l'umanità intera"'12 . nfatti, seppure - lo sviluppo richieda tecnici e conoscenze tecniche, esso ' e sige ancor di più uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca d'un umanesimo nuovo, che permetta all'uomo moderno di ritrovare se stes so, assumendo i valori superiori d'a more, di amicizia, di preghiera e di contemplazione. In tal modo potrà compiersi in pienezza il vero sviluppo, che è il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più u mane"13•
Con la profonda lucidità di giudizio che lo ha sempre contraddistinto, Paolo VI enuclea le condizioni meno umane, che ostacolano uno sviluppo autentico, ovvero: la carenza di mezzi
r materiali e morali, le strutture oppressive, lo sfruttamento dei lavoratori e "l'ingiustizia delle transazioni"14 ; e quelle più umane che lo facilitano, ossia: "la vittoria sui flagelli sociali, l'amplia mento delle conoscenze, l'acquisizione della cultura [... ], l'accresciuta considerazione della dignità degli altri, l'orientarsi verso lo spirito di povertà, la cooperazione al bene comune, la volontà di pace [.. . ], il riconoscimento da parte dell'uomo dei valori supremi, e di Dio che ne è la sorgente e il termine [... ], infine e soprattutto: la fede, dono di Dio accolto dalla buona volontà dell'u omo , e l'unità nella carità

 


lO c v, 13 .
Cfr. PP, 14.
Ibid.
13 PP, 20.
14 Cfr. PP, 21.

del Cri.sto che ci chiama tutti a partecipare in qualità di figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli u omini"15 .

. Nella Lettera apostolica· Octogesima adveniens, scritta nel 1971 in occasione dell'ottan tesimo anniversario della· Rerum novarum, il Beato Pontefice metterà ulteriormente in guardia da visioni utopistiche ed ideologiche di sviluppo, che non tengano conto della dimensione trascendente che contraddistingue l'essere umano. Di fronte ai progressi della tecnica, l'umanità ritiene di potersi facilmente affrancare da qualsiasi legame. "Oggi - osserva ancora Paolo VI - gli uomini aspirano a liberarsi dal bisogno e dalla dipendenza. Ma questa liberazione s'inizia con la libertà interi.ore chf! essi devono recuperare dinanzi ai loro beni e ai loro poteri.; essi mai vi riusciranno se non tramite un amore che trascend a l'u omo, e, di conseguenza, tramite un'effettiva dis ponibilità . al servizio"16 . Più recentemente, Papa Francesco ha evidenziato "la tendenza verso una rivendicazione sempre più ampia di diritti individuali[...], che cela una concezi.one di persona umana staccata da ogni contesto sociale e antropologico, quasi come una 'monade', sempre più insensibile alle altre ' monadi' intorno a sé "I 7.
Al contrario, per Papa Montini: "lo sviluppo integrale dell'uomo non può aver luogo senza lo sviluppo solidale dell'u manità . [... ] L'uomo deve incontrare l'u omo, le nazioni devono incontrarsi come fratelli e sorelle, come i figli di Dio"18 • Pu rtr oppo, osservava Benedetto XVI, "la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli"19• Occorre dunque scommettere sulla fraternità, come luogo e possibilità di uno sviluppo au tentico. Non c'è crescita , né sviluppo nell'assenza di legami, al massimo c'è solo l'illusione di un progresso tecnico, i cui benefici rischiano tuttavia di essere oscurati da un'umanità sempre più sola ed alienata. La scommessa della fraternità si basa, invece, sulla volontà di riconoscere e favorire legami, sia orizzontali - con gli altri uomini - sia verticali - con Dio da cui tutto dipende. La stessa parola "religione" porta con sé l'idea di legami che vengono tessuti. Lo sviluppo per essere autenticamente umano deve fare

15 lbid.
16 PAOLOVI, Lettera apostolica "Octogesima ad veniens", 45 .
17 FRANCEsco; Discorso al Parlamento Europeo, Stra s bu rgo, 25 novem bre
20 14 .
18 PP, 43.
19 CV, 19.

spazio al principio di gratu ità20• Esso, sostiene Benedetto XVI, "dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera comunione ed è costituita da soggetti che non vivono semp liceme nte ·l'u no accanto all'a ltro''21•
Alla parola fraternità, umana e soprannaturale22, Paolo VI lega tre doveri: la solidarietà, la giustizia e la carità, che non rappresentano soltanto un atteggiamento virtuoso del singolo, né la regola di condotta dei rapporti interpersonali, ma vere e proprie "virtù sociali", per la dimensione universale che le contraddistingue.
La solidarietà esige l'assistenza ai più deboli, ovvero che le nazioni più ricche aiutino quelle più povere; la giustizia, nella sua
dimensio_ne sociale, richiede relazioni commerciali eque fra i
_ popoli in una cornice di parità fra i contraenti; mentre la carità nel suo respiro universale implica "la promozione di un mondo più umano per 4'-tti, un mondo nel quale tutti abbiano qualcosa da dare e da ricevere, senza che il progresso degli uni costituisca un ostacolo allo sviluppo degli a ltri''23• Dunque "il tema dello sviluppo coincide con quello de ll'inclu sione relazionale di tutte le persone e di tutti i popoli nell'u nica comunità della famiglia umana , che si costruisce nella solidarietà sulla base dei fondamentali valori della giustizia e della p a ce''24•
Nella prospettiva della fraternità corpprendiamo allora il continuo richiamo di Papa Francesco a costruire ponti, così che "ognuno possa trovare nell'altro non un nemico, non un concorrente, ma un fratello da acc(!gliere ed abbracciare''25•

7 . Se è dunque chiaro che lo sviluppo è autenticamente umano solo quando è integrale, cioè quando coinvolge la persona nelle sue dimensioni spirituali e materiali, e che favorire lo sviluppo umano integrale esige che si costruiscano legami di fraternità, ben si comprende una delle affermazioni cardine della Populorum Progressio: "Lo sviluppo è il nuovo nome della pace''26 . Paolo VI lega così in modo inscindibile due parole centrali del suo

°2 Cfr. 34.
21 cv, 53.
Cfr. PP, 44.
Ibid.
24 cv, 54.
25 F RANCESCO, Discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede,
22 marzo 2013.
26 PP, 87

insegnamento: l'anelito di ogni uomo alla pace non può trovare una risposta convincente se non vengono create condizioni per uno sviluppo davvero umano ed integrale.
Il cammino della pace esige un 'assunzione di responsabilità da parte di ognuno. Già la Costitu zione pastorale Gaudium et spes del Concilio Ecumenico Vaticano II evidenziava che: "La pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l'equilibrio delle forze avverse [... ]; essa è il frutto dell'ordine impresso nella società umana dal suo divino Fondatore e che deve essere attuato dagli uomini che aspirano ardentemente ad una giustizia sempre più perfetta'YJ.7• Dono di Dio e opera dell'uomo allo stesso tempo, la pace richiede, nella prospettiva di Papa Mon ti i, soprattutto l'impegno comune degli uomini di Stato e degli edu catori28, categorie a lui particolarmente care fin dai tempi trascorsi alla FUCI e in Segreteria di Stato. Oggi, ciò significa sp cialmente che le autorità pubbliche sono chiamate a creare le condizioni per una più equa distribuzione delle risorse e a stimolare opportunità di lavoro soprattutto per i più giovani29, ''poiché - come nota ancora Papa Francesco - non c'è vera pace quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere nella miseria. Non c'è pace laddove manca lavoro o la prospettiva di un salario dignitoso. Non c'è pace nelle periferie delle nostre città, nelle quali dilagano droga e viole nz a"30 .

8. Quale dunque la responsabilità del nostro tempo? "Possiamo dire - sottolinea Papa Francesco - che la pace è un dono che diviene artigianale . nelle mani degli uomini: siamo noi uomini, ogni giorno, a fare iln passo per la pace, è il nostro lavoro. È il nostro lavoro con il dono ricevuto: fare la pace''31• Con i gesti semplici e concreti che lo contraddistinguono, il Papa indica il metodo di questo lavoro: "come tutte le cose artigianali, si fa nel piccolo per arrivare al grand e''32• La p ce si edifica nel piccolo, nei

27 CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione pastorale "Gaudium et spes" sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, 78.
28 Cfr. PP, 83.
29 Cfr. FRANCESCO, Discorso in occasione degli auguri al Corpo Diploma tico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2017.
°3 FRANCESCO, Discorso ai Ca pi di Stato e di Governo dell'Unione Europea in
occasione del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma, 24 marzo 2017.
31 FRANCESCO, Pi.ccoli artigiani della pace, Omelia mattutina a Santa Mar ta , L'Os se rva tore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.206, 9 settembre 2016. 32 Ibid.

rapporti prossimi, ovvero in quelli fraterni e come a cerchi concentrici essa poi può espandersi fino ad abbracciare i contesti più lontani e tutta l'umanità. -
Il Magistero pontificio dell'ultimo secolo e mezzo è ampiamente costellato dell'impegno "artigianale" dei Papi per la pace, con importanti tentativi di mediazione, tra i quali vorrei qui ricordare in modo particolare quello di Benedetto XV con la Lettera ai Capi dei Popoli belligeranti, di cui ricorre a breve il centenario. Nel definire la Grande Guerra "un'inutile strage", Papa Della Chiesa esortò i ''popoli e Governi belligeranti a tornare fratelli''33 , proponendo in modo chiaro i termini di una pace ragionevole. Egli espresse l'auspicio che "di fronte ai vantaggi immensi di una pace duratura_con disarmo, le Parti contendenti vorranno esaminarle con spirito conciliante, tenendo conto, nella misura del giusto e del possibile [... ] delle aspirazioni dei popoli, e coordinando, ove occorra, i propri interessi a quelli comuni del grande consorzio umano''34• Benedetto XV si rese così interprete della voce dei popoli, di milioni di uomini e di donne che imploravano la fine delle ostilità.
La nostra terra veneta ebbe modo di conoscere i drammi della Grande Guerra e ne porta per certi versi ancora i segni delle ferite. Vicenza fu risparmiata grazie al voto che il vescovo Rodolfi e il sindaco Munzani fecero alla Madonna di Monte Berico, che veglia sulla nostra città. Da quel voto, che Maria benignamente esaudì, sorse la chiesa intitolata a Maria Regina della Pace. Proprio Paolo VI legherà indelebilmente Maria alla pace nella ricorrenza del 1° gennaio, da lui proclamata, sempre nel 1967, Giornata Mondiale della Pace. D'altra parte, per il cristiano la fraternità umana trova il suo significato più vero e profondo proprio nel riconoscimento della figliolanza divina e nell'abbraccio materno di Maria.
Nel rileggere la Populorum Progresiso riscopriamo un tesoro prezioso del Magistero pontificio, che nel suo insegnamento sociale si è sempre mostrato all'anelito di pace e fratellanza, che contraddistingue il cuore di ogni persona.
Un eloquente episodio, spontaneo e commovente, della Grande Guerra ce ne dà un insigne testimonianza, con la quale vorrei concludere. Dopo neanche sei mesi di guerra, i soldati britannici e tedeschi si erano già perfettamente resi conto dell'assurdità di quel conflitto. Nei giorni che. precedettero il Natale del 1914 1

33 B ENEDETT O XV, Lettera ai Capi dei Popoli belligeranti, 1° agosto 1917.
34 Ibid.

militari degli opposti schieramenti si prepararono come potevano a celebrare la fes ta , lontano dalla casa e dagli affetti . Ben presto dalle opposte trincee si accorsero che la festa che li accomunava era più forte della tragedia che li divideva. La mattina di Natale interruppero spontaneamente- le ostilità e attraversarono le trincee per scambiarsi auguri e regali. In quella circostanza pochi uomini di fede e di buona volontà poterono laddove i potenti fallivano. Quegli uomini mostrarono che la pace e lo sviluppo sono sempre possibili. Essi fioriscono nel profondo di cuori aperti al prossimo e desiderosi di stabilire rapporti di autentica fraternità.
Grazie.

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