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La fine dell'eclisse della politica: La voce del Sileno anno 2

Di Italo Francesco Baldo Mercoledi 25 Ottobre 2017 alle 08:49 | 0 commenti

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"...ce lo dobbiamo confessare. Non si può fare a meno di fare politica dal momento che viviamo in una società e in uno stato!" (Hans Georg Gadamer).
Ciò che è importante non può rimanere sempre nell'ombra. Nonostante l'eclisse, la politica non può che ritornare. Ciò è dovuto principalmente al fatto che gli uomini vivono insieme, l'uomo, già lo affermava il filosofo Aristotele è un "animale che vive insieme a molti" e rileggere il passo della Politica ci fa ancora molto riflettere:" [1253a] L'uomo è per natura un animale politico e chi vive fuori dalla comunità civile, per sua natura e non per qualche caso, o è un abietto o è superiore all'uomo [...] ed è tale per natura e nello stesso tempo desideroso di guerra in quanto è isolato come una pedina tra le pedine.

Perciò, che l'uomo sia un essere più socievole di qualunque ape e di qualunque animale da gregge, è chiaro. Perché la natura, come diciamo, non fa niente senza ragione e l'uomo è l'unico essere ad avere la parola. La voce è espressione di dolore e di piacere, perciò la posseggono anche gli altri animali [...], invece la parola serve a comunicare ciò che è utile e ciò che è nocivo, e quindi anche ciò che è giusto e ciò che è ingiusto; questo, infatti, è proprio dell'uomo rispetto agli altri animali, l'avere egli solo, la percezione del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto e delle altre cose; e l'avere in comune tutto questo costituisce la famiglia e lo stato [...]. Chi non è in grado di fare parte di una comunità civile o non ha bisogno di nulla perché basta a se stesso, non è parte dello stato. Quindi o è una bestia o è un dio." Nei tempi recenti, questa prospettiva sembra mutare e viene assunta più facilmente quella di T. Hobbes che nel suo Leviatano (cap. XVII) sosteneva: che l'uomo non è un essere sociale, ma vive da solo e contro tutti re non è nemmeno al livello della famosa affermazione di Aristotele: le formiche e le api sono animali politici". La vera condizione dell'uomo è quella di essere homo homini lupus, ossia nient'altro che l'affermazione del proprio singolare diritto contro tutti. Solo una rinuncia alla propria libertà assoluta in favore di un "capo" il Gran Leviatano può temprare la guerra di tutti contro tutti.

Questa strada, che sembra imboccarsi oggi, richiede una strada nuova, che non è né quella del contratto che si assoggetta ad un potere unico e nemmeno quella che finisce con il riconoscimento della liceità di ogni volere singolare. L'assunto aristotelico torna sempre nella sua importanza e disattenderlo significa ricondursi ad una conflittualità nella quale il singolo o le parti emergono, contro gli altri e le altre posizioni. Quello che ha portato alla negatività della politica oggi è da un lato la visione solo partitica, con la conseguenza che solo la mia, di parte, visione politica è quella corretta e le altre vanno combattute con ogni mezzo, dalla denigrazione, all'offesa che hanno il loro culmine nei. Gulag e nei Lager). Dall'altro la visione che non esista un "genere uomo", ma solo una singolarità, destinata a combattere, come appunto sosteneva Aristotele tutti, ritenendosi "un dio", ma ahimè un dio troppo umano per essere tale.
Il frammento del filosofo Eraclito: "La guerra è madre di tutte le cose", anche nella sua versione di "dialettica dei contrari" con la conseguente eliminazione anche fisica dell'avversario, assunto nella sua totale prospettiva non può che portare all'eclisse della politica. Ma gli esseri intelligenti, non gli abbietti, ossia gli uomini sanno con ragione riconoscersi sia nella loro unione e sia nella loro individualità (l'individuo esiste proprio perché esiste l'insieme) come persona - questa è la grande tradizione dell'occidente cristiano che affonda le proprie radici anche nella cultura greco-romana e non solo - possono proporre a loro stessi una nuova riflessione politica, quella che farà risplendere la vita degli uomini associati. Condizione preliminare è che non si pensi la politica come arte quotidiana della gestione dello Stato, questa piuttosto deve dirsi, amministrazione di ciò che è stato riflettuto come da realizzarsi per il bene della società, attraverso lo strumento del diritto che deve garantire la giustizia, ovvero ciò che è conforme al bene. Non a caso la Giustizia è rappresentata spesso bendata, perché non è di parte e mai deve essere quello che G. Prezzolini diceva, in Italia: "non esiste giustizia distributiva. Ne tiene le veci l'ingiustizia distribuita. Per cinque anni il Sindaco (oppure il Deputato, il Prefetto, il Ministro) del partito rosso perseguita gli uomini del partito nero e distribuisce cariche o stipendi agli uomini del partito rosso, il Sindaco del partito nero fa tutto il rovescio dell'altro; distribuisce cariche e stipendi agli uomini del partito nero e perseguita gli uomini del partito rosso. Così l'ingiustizia rotativa tiene luogo della giustizia permanente." Così nell'amministrazione del bene civile anche l'economia non è ciò che risulta essere a solo "mio" vantaggio, ma essa ha sempre un riflesso nella vita dell'intera comunità, anche perché è ben difficile trarre profitti dall'attività svolta per se soli. Robinson Crusoe non poteva certo arricchirsi nella sua isola!
Per iniziare nuovamente a comprendere la luce della politica, è in primo luogo necessario abbandonare la sola via della "critica" che si risolve solo nella critica e si appaga nella denuncia, ma è incapace di progettazione e anche semplicemente di individuare soluzioni, che non sia solo quelle in opposizione. La via della critica è quella più sterile, anche se appare come la più facile, quella che appaga nel momento, ma in caso di affermazione non è capace di andare oltre a quanto stabilito, perché per sua natura si ferma nell'avversione, non è capace di costruire e così continua nella distruzione che, preso il potere, non è più verbale, ma purtroppo concretissima. L'altra via della critica, quella del cambiamento anche rivoluzionario violento, la famosa espressione di K. Marx e F. Engels ne Il manifesto del Partito Comunista: "I comunisti sprezzano l'idea di nascondere le proprie opinioni e intenzioni, Essi dichiarano apertamente di poter raggiungere i loro obiettivi solo con il rovesciamento violento di ogni ordinamento sociale finora esistente. Che le classi dominanti tremino al pensiero di una rivoluzione comunista." Purtroppo le "rivoluzioni" totalitarie del Novecento da questo hanno preso lezione. La violenza in politica fa conquistare il potere e non a caso spesso è anche verbale, anticamera di quella fisica.
La nuova riflessione sulla politica assume chiarezza quando percorre con intenzione di finalità autentica, ossia morale, la propria strada. Essa ha un percorso lungo in apparenza, ma nello schema indicativo abbastanza facile da considerare. Infatti, in primo luogo bisogna aver chiarezza dei termini, delle definizioni che non sono il frutto delle elaborazioni singolari, ma esse sono proposta per la riflessione d'insieme ossia ciascuno che elabora deve chiedersi: se la definizione che viene proposta, in questo nostro caso, nell'ambito della politica, possa diventare una definizione universale, tale che in essa si possa concordare, in forza di quell'esigenza che nella chiarezza del linguaggio ci fa riconoscere. Si può anche pensare che la definizione possa mutare, ma ciò non ad arbitrio, ma secondo una dimensione di dialogo interpretativo, non considerando l'interpretazione in senso relativistico: ogni essere ha la sua di definizione. L'unitarietà della definizione contribuisce alla chiarezza ulteriore, ovvero del ragionamento e delle sue regole. Non si possono incontrare definizioni che siano agli antipodi, lo sforzo è quello della concordia, anche linguistica che deriva da quella concettuale. Nel ragionamento la disponibilità e la possibilità di non sovrapporre concezioni particolari è la prassi logica fondamentale. Se la politica, ad esempio, è considerata solo l'arte del dominio, da ciò deriveranno determinate conseguente ma tale definizione non è certamente concordata, ma di parte e quindi non è "politica".
In primo luogo quindi la correttezza del ragionamento (definizioni, collegamento tra definizioni, non arbitrarietà e cambiamento in corso d'opera delle definizioni, ecc, ecc.), in secondo l'individuazione di quanto è importante per la vita politica, quali scienze/ tecniche giovino al vivere politico e quale funzione esse possano esplicare. Ad esempio la statistica economica ha una sua funzione, ma non può decidere in quale modo spartire il bene di una società. Le neuroscienze hanno una precisa utilità per il consorzio umano, ma non risolvono il problema della giustizia, la quale può servirsi di queste scienze, ma trae la sua finalità dal bene morale che raggiunge anche attraverso la pena. La famosa distinzione tra comprensione dell'atto criminale e la sua giustificazione, secondo la prospettiva che non tutto quello che è comprensibile, è anche giustificabile e accettabile. Si può comprendere le ragioni, psicopatologia, di un assassino, ma non giustificare l'atto compiuto.
Nelle fasi successive avere chiara la capacità di individuare che cosa è vero per tutti e distinguerlo da ciò che è falso o frutto di una considerazione singolare (opinione) o di parte (sempre opinione). Considerando l'opinione non per sua natura falsa, ma solo nella sua possibilità di contribuire alla comprensione del vero. Il relativismo che si riassume nell'espressione: tutti hanno la loro verità; conduce inevitabilmente all'altra affermazione, non discutiamo di verità, ma rinchiudiamoci nei nostri piccoli mondi, ritenendoli l'universale.
Una riflessione sul fondamento stesso della vita e della vita umana nel mondo è ciò che di più difficile si può compiere e questo sforzo che si dice metafisico afferma una verità che non è nella transitorietà del tempo e alla contingenza, ma è ciò che costituisce l'essenza stessa dell'uomo e ci fornisce la possibilità stessa di poter progettare sull'uomo. Se, infatti, l'uomo è solo un animale tra gli altri e condizionato dal solo suo sviluppo fisico, dobbiamo trarre le fondamentali conseguenze, ossia che alla natura fisica dell'uomo abbisogna solo la soddisfazione primaria degli istinti (conservazione e riproduzione). Ciò che determina quella che viene detta "coscienza" non è altro che la necessità di soddisfare la sua natura fisica. È celebre il titolo dell'opera del filosofo tedesco L. Feuerbach del 1862 Il mistero del sacrificio o l'uomo è ciò che mangia, che compendia tutta una visione dell'uomo. Ma anche quella che l'uomo non sarebbe altro che l'esito di un'evoluzione animale porta a decise e precise conseguenze. Aprire una riflessione sulla natura dell'uomo, significa aprirsi alla dimensione massima della riflessione, senza la quale non può esistere quella relativa alle azioni che l'uomo compie.

Si apre da qui la riflessione su ciò che l'uomo deve fare di se stesso da punto di vista della sua prassi nel mondo. Non si tratta di conoscere la fisiologia che mira a spiegare quello che la natura fa dell'uomo, ma la dimensione pragmatica che mira a riflettere su quello che l'uomo come essere libero (se tale lo si definisce) fa oppure deve fare di se stesso. L'incontro con l'etica da cui dipendono tutte le altre scienze dell'azione dell'uomo (politica, diritto, economia le principali, da cui le prassi educative istituzionali ad esempio: deliberazioni politiche, leggi, strumenti economici.
L'ambito dell'etica è il più difficile, esso ha un primato perché tutti gli uomini quotidianamente agiscono e quotidianamente necessitano della riflessione morale. Difficile la matematica, ma una volta data la definizione di triangolo, essa non muta facilmente nell'elaborazione teorica, mentre le deliberazioni nelle azioni possono essere soggette anche all'urgenza o al mero vantaggio. Per questo la riflessione sul bene deve occupare a lungo il pensiero; forse non è possibile dare la definizione esatta, come in matematica del bene, ma esso è chiaramente un fine delle nostre azioni, se ci si interroga non nella propria singolare visione, ma nel confronto e anche qui è difficile e per questo molti rinunciano accontentandosi di quello che sembra essere un bene, ma spesso è solo un vantaggio a proprio tornaconto. Non a caso la giustificazione delle proprie azioni è il primo atto quando viene rilevato un errore. La tensione stessa al bene e al bene riconoscibile da tutti è la prospettiva della morale, di una morale non prescrittiva, che stabilisca a priori il bene. In questa prospettiva è la responsabilità della libertà, come deliberazione razionale ad essere la protagonista. per questo nel vivere sociale degli uomini nasce la necessità di un ordinamento non casuale della vita associata. La politica nella riflessione è il tentativo di ricercare con sapienza (conoscenza) e saggezza (dimensione dell'esperienza positiva) quello che può determinare il bene di una comunità. Quale sia la società, quali i suoi mezzi, quali i suoi fini e la prospettiva finale, che non può che essere la realizzazione del bene morale, che altrimenti si ricerca solo il vantaggio e diventa facilmente l'affermazione "del leone o della volpe". Può essere detta anche la ricerca di una Costituzione, dalla quale possano emergere le leggi. Il governo di una società non può estendersi alla costituzione interna della persona, determinandola, questo fa il totalitarismo, ma sviluppa le modalità con le quali le persone, in quanto cittadini regolano tra loro i reciproci diritti, che non sono determinati dalla dimensione contingente, ma possono essere detti la migliore prospettiva con la quale gli uomini possono vivere insieme. per questo motivo non può essere dettata un'unica Costituzione, ma il suo fondamento, pur nel variare delle circostanze, rimane identico, ossia la ricerca del fine morale, che è il Bene. Quindi uno Stato non può che essere quella di una repubblica (cosa pubblica) perché tutti sono partecipi in misura eguale, non come "proprietari", ma come responsabili del bene della comunità stessa, perché in vari modi la debbono amministrare. Lo stesso Sacro Romano Impero era la respublica cristiana e l'imperatore, come suggeriva Erasmo da Rotterdam nell'Istitutio principi christiani, un amministratore. Che la Costituzione di uno Stato possa essere monarchica, aristocratica o, come si dice oggi, democratica non è che una deliberazione per le migliori condizioni della vita associata, è la forma Stato. Oggi la dimensione democratica appare la migliore, ma essa, proprio perché ha a che fare con la contingenza, non può essere l'unica e l'assoluta, è una decisione che deve avere la sua deduzione, come qualsiasi altra. La forma di vita della comunità, determina anche il modo con il quale essa si organizza, elezioni ogni tot anni, istituzioni ecc. Così la riflessione politica mette capo alla costituzione di uno stato e delle sue leggi con il concorso di tutti. La società determina lo Stato, non viceversa come nel totalitarismo e simili visioni; per questo non può prevaricare le persone della società e per questo i suoi compiti debbono essere precisati in norme legislative, non invasive della sfera personale, dato che la persona in quanto agente di sé è determinata da un fine morale, se la libertà è dimensione di bene e non decadimento di essa. La centralità rispetto sempre al mondo totalitario, non è data dal diritto dello Stato, da quello civile, ma da quello penale, che regola la dignità di ciascuna persona nei confronti degli altri. Stabilire la prevalenza del diritto in uno stato conduce a quello stato etico nel quale la persona con la sua libertà è negata e le sue azioni prestabilite dallo stato, che avendo natura contingente, assume il valore di una totale dimensione d'azione, il che contrasta proprio con la libertà della persona.
Per questo motivo è necessaria un'educazione alla politica, intesa come acquisizione di capacità riflessive per il bene comune, da realizzare nello stato, ossia esercizio razionale della libertà. Non si tratta di "scuole di partito", nate con lo scopo di preformare la visione della società (ideologia) e preparare i "gestori" dello Stato secondo la prospettiva propria di un partito (funzionari di partito che divengono amministratori della repubblica).
Solo e soltanto se l'interesse comune che ha a suo fondamento la dignità della persona, diviene il motore della vita associata, allora potremo parlare di una vera repubblica democratica, se invece all'interesse privato o di parte è dato il compito di amministrare il bene comune, allora non potremo che inoltrarci in una società fondata "nella ricerca del benessere, la democrazia degenera in una sorta di anarchia degli egoismi." ben sosteneva Augusto del Noce.
Un nuovo interesse, quasi una necessità ci conduce a riflettere nuovamente sulla luce della politica, aprendo un sereno e costruttivo dibattito, non figlio delle "posizioni" aprioristicamente assunte, ma aperto a trovare la migliore soluzione al vivere insieme, migliore nella contingenza ma consapevole della prospettiva di Bene. Infatti, la scissione tra morale e politica, e la riduzione del vivere sociale all'economia o al diritto, ha portato a quella eclisse della politica di cui subiamo gli esiti che promuovono quegli egoismi, che invece una società bene costruire, ossia armonica, bella si potrebbe dire, può temprare almeno. La politica apre la via alla virtù a quella che già gli antichi pensatori avevano individuato che è la phronesis, cioè l'intelligenza nelle azioni che fa nascere la saggezza che è prudenza nel condurre la vita associata. Questa prospettiva è in sé un risultato umano e va tradotta nella vita attuale, consapevoli che il destino dell'uomo non si restringe solo ed unicamente nella vita associata, ma si apre a uno ben più vasto, di cui poco forse potremo dire, ma che è, al di là dei politicanti (tutto è politica), l'espressione più completa dell'umanità di cui ciascuno è portatore, perché l'uomo non può vivere "da solo", ma sempre insieme "a molti".



Coordinatore de "La voce del Sileno" Italo Francesco Baldo
Si chiede a tutti coloro che leggono questo articolo di trasmetterlo ad amici e conoscenti.
I contributi vanno inviati al coordinatore all'indirizzo di posta elettronica: [email protected]

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