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La crisi di BPVi e Veneto Banca, domande e risposte III parte: così Banca d'Italia spiega... oggi i costi dell'operazione

Di Federica Rossi Sabato 15 Luglio alle 08:51 | 0 commenti

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Dopo la parte I ("il crollo delle due banche") e la parte II (la cessione a Intesa Sanpaolo e la liquidazione coatta amministrativa"), proseguiamo la sintesi delle "Domande e risposte" sulla crisi di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca pubblicate il 12 luglio da Banca d'Italia.

I costi dell'operazione e delle possibili alternative

Quanto pesa l'intervento pubblico sulle casse dello Stato?

L'intervento per cassa dello Stato ammonta a circa 4,8 miliardi di euro, di cui:

- 3,5 miliardi a copertura del fabbisogno di capitale generatosi in capo a Intesa in seguito all'acquisizione della "parte buona" delle attività delle due banche;

- 1,3 miliardi per la ristrutturazione aziendale che Intesa dovrà sostenere per rispettare gli obblighi previsti dalla disciplina europea sugli aiuti di Stato.

Lo Stato concede inoltre a Intesa una garanzia sul credito che questa vanta nei confronti delle Banche in liquidazione per lo sbilancio di cessione (5,4 miliardi aumentabile fino a 6,4 miliardi) e ulteriori garanzie a fronte di rischi di varia natura, stimate in 400 milioni. Tali garanzie si sono rese necessarie a fronte delle carenze informative che hanno caratterizzato la procedura competitiva, per la necessità di ridurne i tempi.

Il credito dello Stato per il recupero degli esborsi erogati per cassa e per l'escussione delle garanzie concesse a Intesa ha precedenza rispetto a quello degli altri creditori delle liquidazioni (si situa subito dopo i creditori prededucibili).
Ipotizzando che il recupero sugli attivi ceduti (e in particolare sui crediti deteriorati) sia in linea con il valore medio del tasso di recupero sulle sofferenze registrato dal sistema bancario italiano nel decennio 2006-2015, lo Stato recupererebbe il denaro investito. In particolare, Banca d'Italia si aspetta tassi di recupero in linea con quelli storicamente conseguiti dalle banche italiane, per effetto dell'intervento di S.G.A. (Società per la Gestione di Attività S.p.A.).

 

Che implicazioni ci sono per i lavoratori delle due banche venete?

Il piano di acquisizione delle banche venete e gli impegni assunti da Intesa Sanpaolo con la Commissione Europea prevedono tagli all'organico per 4.000 unità e la chiusura di 600 filiali.

Intesa ha dichiarato di voler ricorrere principalmente a prepensionamenti e a incentivi all'esodo volontario, a partire da ottobre 2017, coinvolgendo anche personale della capogruppo.

 

Quali sarebbero stati i costi in caso di liquidazione atomistica?

Banca d'Italia sottolinea che l'unica soluzione possibile, cedere gli asset singolarmente, anziché in blocco, avrebbe comportato maggiori costi per tutti i soggetti coinvolti.

Quanto allo Stato, avrebbe dovuto rimborsare immediatamente l'intero importo agli obbligazionisti, in quanto garante delle obbligazioni emesse nel 2016, per complessivi 8,6 miliardi di euro. A fronte di tali pagamenti, si sarebbe dovuto insinuare allo stato passivo delle banche in liquidazione, concorrendo alla ripartizione dell'attivo con gli altri creditori, nell'ordine previsto dalla legge fallimentare (prima i creditori prededucibili, poi i privilegiati, poi i chirografari). Attivo che avrebbe sicuramente risentito della liquidazione per singoli cespiti all'interno di una procedura fallimentare, con la conseguenza che il credito dello Stato sarebbe rimasto almeno parzialmente insoddisfatto.

Ulteriori costi per lo Stato sarebbero derivati dalla riduzione delle entrate fiscali e dagli interventi di sostegno sociale e alle imprese. 

Quanto alla clientela bancaria, lo smembramento avrebbe comportato il rientro immediato dei crediti (quindi la restituzione di mutui, saldi passivi di c/c e altri finanziamenti), nonché il congelamento dei depositi, delle obbligazioni e degli altri debiti (fatti salvi i depositi fino a 100.000 euro, rimborsati dal Fondo Interbancario di Tutela dei depositi). In particolare, le imprese avrebbero dovuto rimborsare immediatamente i finanziamenti ricevuti da Banca Popolare di Vicenza e da Veneto Banca, correndo il rischio di non riuscire a ottenere finanziamenti da altre banche.

Per il sistema bancario, il principale costo sarebbe stato relativo al rimborso dei depositi assicurati. Il recupero delle somme sarebbe stato possibile con il meccanismo dell'insinuazione al passivo delle banche in liquidazione e della ripartizione dell'attivo, con il rischio però di un allungamento dei tempi e di un rimborso solo parziale di quanto versato.

 

Un intervento anticipato mediante risoluzione avrebbe potuto ridurre i costi?

Qualora il Comitato di Risoluzione Unico (CRU) avesse deciso di avviare la procedura di risoluzione, si sarebbe comunque azzerato il valore delle azioni e delle obbligazioni subordinate. La procedura avrebbe inoltre comportato l'applicazione del bail-in, ossia il salvataggio interno a carico delle obbligazioni senior e dei depositi oltre 100.000 euro, con costi potenzialmente molto elevati. 

 

Le obbligazioni con garanzia dello Stato emesse dalle due banche vanno a sommarsi ai costi dell'intervento pubblico? Qual è il destino di queste garanzie?

Le obbligazioni garantite dallo Stato emesse dalle due banche venete nel 2016, prima dell'avvio della liquidazione, sono state cedute a Intesa Sanpaolo, che quindi si è accollata i relativi debiti nei confronti dei possessori dei titoli. A fronte della garanzia dello Stato, ancora in essere, Intesa versa allo Stato una commissione periodica; in ogni caso, Intesa può riacquistare questi debiti, rinunciando alla garanzia statale.

 

Le banche venete erano sistemiche o no? Se lo erano, perché non sono state sottoposte a risoluzione? Se non lo erano, perché hanno beneficiato di aiuti di Stato?

E' il CRU a stabilire la presenza o meno "dell'interesse pubblico" alla risoluzione, valutando cioè se siano presenti significativi rischi di natura sistemica. Nel caso delle banche venete il CRU ha ritenuto che non vi fosse interesse pubblico, tenuto anche conto che le due banche operavano solo in alcune aree del territorio nazionale. In assenza di interesse pubblico, quindi, il CRU ha deciso che la crisi delle due banche dovesse essere gestita a livello nazionale (in sostanza dal governo italiano). Il governo ha poi stabilito che una liquidazione "atomistica" avrebbe avuto ripercussioni negative sul tessuto produttivo, di tipo sia sociale che occupazionale, con un grave turbamento dell'economia nelle aree servite dalle due banche.


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