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Intervento pubblico del presidente Roberto Zuccato Confindustria Vicenza,Assemblea generale,14-06-10

Di Redazione VicenzaPiù Lunedi 14 Giugno 2010 alle 19:17 | 0 commenti

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Roberto Zuccato - Confindustria Vicenza, Assemblea generale, lunedì 14 giugno 2010, Parte pubblica (foto VicenzaPiù)


Autorità, Presidente Luca Zaia, Presidente Nichi Vendola, Presidente Emma Marcegaglia, Vicepresidente Antonio Costato, Presidente Andrea Tomat, amici presidenti delle territoriali, cari amici e colleghi imprenditori, benvenuti alla nostra assemblea annuale e grazie davvero per aver accettato il nostro invito.
È un anno difficile, anzi un periodo difficile, visto che la crisi incombe e, nonostante alcuni segnali contraddittori, non è chiaro quando finirà.

Gli imprenditori vicentini, intervistati da Demos nelle scorse settimane, ritengono che ci vorranno per lo meno altri 2 anni.
Roberto Zuccato (foto VicenzaPiù)La Banca d'Italia, in uno studio pubblicato a dicembre, stimava un calo della produzione industriale pari a 100 trimestri, contro i 12 e 13 di Francia e Germania. Significa cioè che abbiamo perso quasi il 25%; è come se fossimo tornati indietro fino alla metà degli anni ottanta.

Il Centro Studi di Confindustria ha diffuso nei giorni scorsi un'indagine sulla produzione industriale che ci offre qualche timido e incoraggiante segnale di ripresa: in maggio è aumentata dell'1,8% su aprile e la distanza che ci separa dal picco precrisi è scesa adesso al 18%.

E' ancora poco, eppure, sinceramente, io penso che oggi i vicentini, e gli imprenditori in particolare, abbiano buoni motivi per guardare avanti con fiducia. Se non nel "mondo", almeno in se stessi.

In fondo questa non è la prima volta che ci troviamo ad affrontare situazioni difficili, apparentemente insuperabili.
Abbiamo resistito all'ingresso nel mercato mondiale di beni e servizi a più basso costo provenienti dai paesi emergenti; abbiamo saputo sfruttare i guadagni di efficienza consentiti dalla rivoluzione tecnologica e quindi tenere il passo delle imprese più competitive; abbiamo saputo essere concorrenziali nei mercati mondiali anche dopo l'ingresso nell'Euro e senza quindi i vantaggi legati al deprezzamento del cambio nominale.

La sala dell'Assemblea durante intervento di Zuccato (foto VicenzaPiù)Per questo, e molti altri motivi, dobbiamo continuare ad avere fiducia in noi stessi.

Forse in passato è vero, ci sentivamo poco riconosciuti perché "piccoli". Piccoli imprenditori che operano in un territorio di "piccole città". Gente che usa le mani, che ha l'intelligenza nelle mani.
Come quel collega, seduto tra noi, che fino a qualche anno fa faceva il meccanico in una concessionaria di automobili e oggi guida un'azienda che produce componenti in fibra di carbonio per le auto di Formula Uno, piuttosto che per i Droni della marina americana.
Insomma, siamo gente abituata a fare prodotti veri e a venderli nel mondo. Abituata alla fatica.

Poi, ci sentivamo poco rappresentati. Poco ascoltati a Roma, come recitava un ritornello noto a tutti. Economicamente centrali, ma politicamente periferici. Pochi ministri, poco peso nella maggioranza. Per questo abbiamo sempre chiesto e rivendicato autonomia e federalismo. Per poter avvicinare la politica, e soprattutto il governo, alla società e all'economia del territorio.

Ebbene, a me pare che oggi molta parte di questi motivi di disagio siano venuti meno.

Se mi guardo indietro, se ci guardiamo indietro, vediamo che di strada ne abbiamo fatta davvero tanta. La piccola impresa è divenuta un modello, soprattutto nella versione applicata da noi. E oggi nessuno si sogna più di considerare i sistemi locali, i distretti, che sanciscono il legame, anzi, la complicità fra economia, impresa e società, come un'entità marginale.

Roberto Zuccato (foto VicenzaPiù)Il sondaggio di Demos per Confindustria nazionale, condotto nei mesi scorsi in occasione del convegno di Parma, sottolinea come i piccoli imprenditori, insieme ai lavoratori dipendenti, siano la categoria che gode di maggiore consenso fra gli italiani.
Il Nordest, per naturale conseguenza è divenuto quasi un mito. Un caso di "capitalismo popolare" studiato dovunque, quindi da imitare.
Se il governatore Vendola me lo consente, e non si offende, direi che la sua Puglia, in qualche misura, potrebbe essere definita come il Nordest del Sud. E si tratta, ovviamente, di un complimento.

Quanto alla rappresentanza politica, negli ultimi anni molto è cambiato in modo sostanziale.
Il quadro si è quasi rovesciato. Il Nordest oggi è ben rappresentato al governo, con alcuni ministri di peso.

Lo stesso discorso vale per la rivendicazione più importante di quest'area, soprattutto fra gli imprenditori: il federalismo.

È divenuto una priorità, almeno a parole, il federalismo fiscale. E anche se fra qualche dubbio ed alcuni ritardi, apparentemente procede.

E non possiamo trascurare, ovviamente, il significato dell'elezione di Luca Zaia a presidente della regione, con un risultato quasi plebiscitario. Che in seguito si è perfino consolidato, nell'opinione pubblica. Segno di una domanda convinta, estesa e diffusa di consolidare l'autonomia regionale, in direzione del federalismo. Ma anche di dare alla regione una rappresentanza autorevole, nei confronti dell'esterno.

On. Stefani e il Vescovo in prima fila (foto VicenzaPiù)Ritengo, peraltro, che un sentimento simile sia all'origine del consenso elettorale ampio e significativo che ha permesso a Nichi Vendola di essere confermato alla guida della Puglia, in contrasto con alcuni leader importanti della sua stessa parte politica.

Penso, cioè, che il governatore della Puglia sia riuscito a interpretare la voglia dei suoi cittadini di andare oltre gli stereotipi del Mezzogiorno improduttivo e assistito.
Una domanda di riscatto che ricorda quella dei veneti di ieri.

Infine, è cambiata anche la nostra immagine, la nostra percezione. La definizione che diamo di noi stessi coincide con la percezione che gli italiani hanno di noi.

I caratteri che distinguono meglio il Veneto, secondo i veneti, sono: il lavoro e l'impresa, l'arte e le città, il volontariato, l'attaccamento alla realtà locale. Secondo gli italiani: esattamente gli stessi.

Solo una minoranza, tra i veneti e gli italiani, chiama in causa aspetti negativi, come l'intolleranza e, appunto, l'insoddisfazione. Per cui i veneti si vedono come lavoratori, imprenditori, attaccati al loro territorio, dediti al volontariato. E gli italiani la pensano allo stesso modo.

Da ciò il motivo di quel che sto sostenendo.
Le ragioni di insoddisfazione del passato, che in qualche modo avevano provocato il nostro malessere, non hanno più ragione di esistere e di sussistere. Siamo riconosciuti come centrali, dal punto di vista economico. Siamo un modello di successo.

Roberto Zuccato (Foto VicenzaPiù)Se ci guardiamo indietro non possiamo che provare orgoglio per quel che abbiamo ottenuto.
Per questo dobbiamo guardare avanti con fiducia, e non cedere alla tentazione di chiuderci nel nostro mondo locale; noi che siamo sempre stati e continuiamo ad essere nel mondo, con le nostre imprese.

Tanto che, ancora oggi, come emerge dall'indagine di Demos, metà degli imprenditori vicentini sostiene che per affrontare la crisi occorra aprire maggiormente la nostra economia verso gli altri paesi. Mentre, in Italia, questo orientamento riguarda una quota molto più ridotta: il 36%.

Ancora oggi si rischia di confondere la nostra domanda di autonomia e di federalismo con un atteggiamento chiuso ed egoista.
Eppure, meglio rammentarlo, i veneti, in larghissima parte - circa il 90% - si dicono orgogliosi di essere italiani.

Ancora, la maggioranza degli imprenditori vicentini si attende molto dal federalismo. Forse troppo. Una amministrazione più efficiente, migliori servizi a costo minore, un fisco più leggero. Tuttavia, lo concepiscono come un'opportunità per il Mezzogiorno, non come un'arma contro di esso.

E poi, anche se talvolta rischiamo di mostrarci impauriti e ostili verso gli stranieri, non è così. Visto che la nostra provincia è tra quelle che presentano gli indici più elevati di integrazione, secondo le graduatorie della Caritas-Migrantes.

Allora, se in passato abbiamo coltivato un atteggiamento critico e talora aggressivo, nei confronti dello Stato, di Roma, del Mezzogiorno, oggi le cose sono cambiate. Abbiamo superato molti ostacoli, molte resistenze, molti pregiudizi. Non abbiamo più nulla da dimostrare. Siamo migliori di quanto noi stessi pensiamo.

Questa crisi ci ha insegnato molto. In particolare che essere piccoli non è una maledizione. Anzi. Può essere una benedizione se devi riconvertirti velocemente, se devi affrontare cali repentini di produzione.
Ma piccoli non significa soli. Ecco perché servono le aggregazioni lungo la filiera o come ponte tra settori affini. Chiamateli accordi commerciali, alleanze produttive, joint venture per finalizzare il posizionamento su mercati di interesse.

Le modalità sono tante, ma non possiamo pensare di andare molto lontano senza una solida rete di relazioni imprenditoriali, che si deve materializzare in forme di aggregazione, in un robusto sistema di accordi imprenditoriali con i quali diventiamo più forti nei confronti del mercato, dei nostri concorrenti, del sistema del credito.

Certi delle nostre potenzialità e dei risultati raggiunti, oggi dobbiamo affrontare altre e nuove sfide, che derivano dalla nostra esperienza.
Dovremmo paradossalmente dedicarci "a brevettare" i nostri modelli.

Per esempio il nostro "modello di innovazione e di sviluppo", fondato sulla continuità con la tradizione territoriale. Che ci ha permesso di diventare grandi restando piccoli.

Il nostro "modello glocale", che ci consente di vendere e produrre nel mondo, restando attaccati al nostro territorio.

Il nostro "modello di integrazione", in un territorio che ha aumentato di oltre il 1000% il tasso di immigrazione senza che si siano prodotte lacerazioni e fratture sociali.

Il nostro "modello di alleanza tra società, economia ed enti locali", in questo mondo di piccole imprese e di grandi associazioni; dove il volontariato, le associazioni imprenditoriali, il sindacato, hanno trovato - e trovano tutti i giorni - soluzioni comuni ai problemi concreti. Insieme.

Non siamo localisti, chiusi, o impauriti. Comprenderlo e dirlo a tutti, a noi per primi, è la condizione per crescere ancora, anche in tempi di crisi. Per dare un contributo alla società, allo sviluppo, alla politica. A livello locale, regionale e nazionale.

In fondo, i bersagli su cui scaricare la nostra aggressività vitalistica non mancano. A partire dalla crisi, che colpisce le nostre imprese, i nostri imprenditori, le nostre famiglie.

Come ho detto all'inizio, in questa fase dura, durissima, noi abbiamo buoni motivi per guardarci intorno e avanti con fiducia.
Basta che ci guardiamo indietro. Chi ha fatto il nostro percorso, superando tante difficoltà, circondato da tanta sfiducia, non può, non deve avere paura. Solo fiducia.

E tuttavia, per poter affrontare e superare queste sfide, non possiamo agire da soli. Anche se noi, da soli, ci siamo abituati a dare il meglio. E soprattutto ci fidiamo poco della politica, delle istituzioni, dello Stato.

Non è un caso che solo il 27% degli imprenditori vicentini immagini che la competitività del manifatturiero italiano, fra 5 anni, sarà migliore. Mentre, se si fa riferimento alla "propria" azienda, il dato raddoppia. Come a dire: l'economia e l'impresa manifatturiera faticano, ma io ce la farò lo stesso.

Questa è una posizione che va superata perché rischia di diventare un limite. Come la distanza tra la realtà e il pregiudizio.

Diciamolo con forza, in modo chiaro. Da soli non ce la possiamo fare. Neppure noi, tanto meno noi. Oggi più che mai abbiamo bisogno di un alleato che si chiama "sistema Paese".

Noi, che esportiamo: abbiamo bisogno di riforme che ci aiutino a stare sui mercati, a investire sui nostri prodotti e sui nostri processi, quindi sulla ricerca; ad avere prezzi più competitivi; un costo del lavoro meno assurdo; un carico fiscale meno opprimente; un mercato del lavoro più flessibile anche se tutelato; abbiamo bisogno di figure professionali formate.

Da soli non ce la possiamo fare. Abbiamo bisogno di riforme che investano sull'università e sulla ricerca. Non è necessario citare i tanti casi sparsi in giro per il mondo. O richiamare alla mente la mitologia della Silicon Valley. Dove c'è conoscenza c'è sviluppo: l'uno non ha futuro senza l'altra.

Il nostro territorio deve riuscire ad immaginarsi come una rete di conoscenza, in cui i diversi poli hanno una specializzazione, e non esistono duplicati.

Già oggi a Vicenza, su 4500 studenti dell'università oltre la metà arriva da fuori provincia alla ricerca di corsi che non si trovano altrove. Per questo ci piace l'iniziativa di Univeneto. Ma non vogliamo che rimanga solo un brand azzeccato.

La Regione deve sostenere concretamente questa iniziativa, e le Università devono avere il coraggio di proseguire senza indugi su questa strada.

Dal canto nostro, in una provincia in cui le imprese già oggi finanziano e partecipano attivamente ai progetti di ricerca, possiamo mettere sul tavolo l'eccellenza della Fondazione Cuoa, la nostra scuola di management e imprenditorialità che in questi ultimi anni, grazie anche all'apporto di un presidente come Vittorio Mincato, ha riaffermato il suo brand, configurandosi sempre più come un centro di alta formazione dedicata agli imprenditori del Nordest.

Abbiamo poi bisogno di interventi che migliorino le infrastrutture e la logistica. Qualcosa si muove: i cantieri della Superstrada Pedemontana Veneta dovrebbero finalmente partire entro i primi mesi del 2011, quelli della Valdastico sud si dovrebbero chiudere entro il 2013.

Non possiamo dire lo stesso per il tratto verso nord. Le nostre istituzioni vicentine, con in testa la Camera di Commercio, si sono spese per cercare una soluzione, e oggi, se Trento prosegue nella sua opposizione, toccherà al Consiglio dei Ministri prendere una decisione definitiva. Sperando ovviamente che le nostre velleità non restino tali.

Come purtroppo finora è invece avvenuto per la Tav.
E' un triste ritornello quello che riguarda l'alta velocità. Perché tra meno di cinque anni ci sarà l'Expo e noi, cioè Vicenza e tutto il Nordest, saremo esclusi dai collegamenti ad alta velocità.

Da Milano si potrà arrivare in un'ora a Torino, in due a Firenze e in tre a Roma. Per raggiungere le bellezze del Palladio e poi proseguire verso Venezia invece, la prima Regione vi ricordo per numero di turisti del Paese, ci si dovrà accontentare della linea tradizionale.
Perché l'Alta Velocità si ferma a Treviglio, mentre il Ponte sullo Stretto continua ad essere considerata un'opera prioritaria...

Abbiamo bisogno di riforme che rendano la pubblica amministrazione più efficiente. La lotta ai fannulloni del Ministro Brunetta ha dato dei risultati incoraggianti e ci auguriamo prosegua senza indugi. Ma se con il 40% di impiegati assenteisti la Pubblica amministrazione funzionava come tutti ben sappiamo, ora che questa schiera di personale è tornata al lavoro ci si dovrebbe aspettare un prodigioso aumento della produttività.
Eppure non mi risulta che la macchina burocratica abbia improvvisamente cominciato a girare più velocemente. Allora mi chiedo: cosa fanno in ufficio tutto il giorno questi ex assenteisti?

Questo significa che bisogna recuperare in efficienza. Dobbiamo tagliare quella spesa improduttiva, quello spreco di risorse che la pubblica amministrazione divora a causa della sua inefficienza.
Bisogna avere il coraggio di prendere decisioni impopolari.

La meritocrazia deve essere il metro con cui si misura anche il pubblico impiego.

Diversamente, le nostre aziende continueranno a dover competere azzoppate da una burocrazia che oltre a pagare i suoi fornitori in tempi biblici, il più delle volte pare animata da una palese ostilità nei confronti dell'attività di impresa.

Tanto per citare un caso a noi vicino ricordo che la legge regionale sul Piano Casa, che dovrebbe ridare slancio ad un settore essenziale come quello dell'edilizia, pur essendo una di quelle con le maggiori potenzialità, è rimasta impigliata nelle reti degli uffici tecnici e dei consigli comunali dei 581 comuni del Veneto.

Abbiamo bisogno di riforme che introducano più mercato e più concorrenza nel settore delle multi utilities.

Un settore dove è necessario creare economie di scala e dove l'unica logica percorribile dovrebbe essere quindi quella di mercato e non quella del campanile o peggio ancora del "poltronificio".

Abbiamo bisogno di riforme che riducano gli ostacoli che ci distanziano dal mercato globale. Perché il mercato corre in fretta e cambia sempre, e oggi più che mai abbiamo bisogno di un alleato forte, un partner che ci sostenga in questo processo di rimonta.
Questo alleato è il nostro Paese.

Nelle classifiche sulla libertà d'impresa siamo quasi fanalino di coda, dopo Grecia e Portogallo. Dobbiamo togliere i vincoli alla crescita, aprirci di più ai mercati internazionali, affrontare piazze nuove in maniera coordinata e senza dispersione.

Noi imprenditori vicentini su questo punto siamo agevolati: da sempre siamo presenti sui mercati internazionali.
E' una vocazione che trova radici nel nostro dna. Più del 50% delle nostre produzioni è destinato all'estero, siamo presenti in tutti i mercati internazionali, dalla Cina all'India, dal Brasile al Nord Africa.

Dove si muove qualcosa, si apre un'opportunità, noi ci siamo o siamo pronti ad arrivare. Ma da soli, oggi più che mai, non possiamo farcela.

Per questo sarebbe opportuno che le nostre rappresentanze economiche sui mercati internazionali fossero unificate individuando le eccellenze territorio per territorio, e rafforzando quelle presenti sui mercati più difficili.

In questi giorni si è parlato di abolire l'ICE. L'Istituto ha sicuramente bisogno di una dieta dimagrante, non hanno senso gli uffici in Italia o nei paesi più vicini, ma bisogna invece potenziare la presenza, o aprire sedi ex novo, nei mercati più promettenti, quelli in cui già oggi si registrano crescite a due cifre.

La politica in Italia è lenta e macchinosa, eppure, come ha detto bene la nostra presidente Emma in assemblea a Roma, «questo è l'unico settore che non conosce né crisi, né cassa integrazione».

Non possiamo reggere le sfide globali in queste condizioni. Da soli non ce la possiamo fare. Abbiamo bisogno di una politica che funzioni, di un governo che risponda, di una regione che ascolti e intervenga.

Dobbiamo chiedere risposte adeguate ai nostri problemi e alla crisi che incombe.

A lei, governatore Zaia, chiediamo di incalzare il governo sul percorso del federalismo fiscale, anche e soprattutto di fronte alle perplessità e alle resistenze di chi sostiene che in questo momento non ci sono i soldi per farlo.
Il federalismo è una riforma strutturale, e non deve costare un euro in più sul bilancio dello Stato.

Lei, grazie al consenso senza precedenti di cui gode, ha l'autorità per esercitare una forte pressione nei confronti di Roma, dello Stato centrale, del governo. Non esiti a farlo, sa bene che noi imprenditori siamo al suo fianco.

E ci aiuti, poi, ad aprire sempre di più il Veneto al mondo, senza indulgere alla nostalgia dei protezionismi e delle piccole patrie.
Se c'è una regione e un'economia globalizzata quella è la nostra. E va sostenuta.

Forse a Roma qualcuno non se ne è ancora accorto, come si è visto in occasione della candidatura per le Olimpiadi. Un evento per cui sia lei, presidente Zaia, che prima di lei l'ex presidente Galan, vi siete tenacemente e generosamente spesi.

Ma un risultato importante lo abbiamo comunque portato a casa: abbiamo dimostrato che oggi il Veneto inizia ad imparare a muoversi compatto, quando appunto c'è in gioco lo sviluppo del suo territorio.
E altre partite rimangono ancora aperte, e da giocare fino in fondo, per la nostra regione, come la candidatura del Nordest a capitale europea della Cultura nel 2019.

Chiedo anche a lei, Governatore Vendola, amministratore di una importante regione del Sud, di fare la sua parte.
Per smentire i giudizi e i pregiudizi sul Mezzogiorno, per mostrare che il federalismo può essere uno strumento per riqualificare il Sud, per andare oltre l'assistenzialismo.

Noi saremo i primi ad esserne felici e a sostenerlo.

Perché per primi crediamo in un federalismo responsabile, che, come chiedono i nostri stessi imprenditori, sia un metodo per tenere insieme un paese tanto diverso, facendo delle diversità una risorsa.
Non una scorciatoia per dividerlo di più. Per rendere irriducibili le differenze.

Saremo, infine, e ovviamente, intransigenti con il governo. A cui chiediamo le riforme di cui abbiamo bisogno per poter fare il nostro mestiere.

Questa, a nostro avviso dovrebbe essere, anzi è, la priorità vera a cui il governo dovrebbe dedicare tempo ed energie. Da cui dovrebbe far dipendere tutta l'agenda.

La questione di fondo è stata ben chiarita e indicata al convegno del Centro Studi di Confindustria a Parma e ribadita pochi giorni fa da Emma all'Assemblea di Roma.

Il nostro paese, il nostro sistema economico, hanno bisogno di rilanciare la crescita. Mentre stagna e anzi ripiega, da troppo tempo.
Senza crescita non c'è benessere, non c'è sviluppo, non c'è futuro.

Per questo condividiamo le posizioni espresse dalla Presidente, Emma Marcegaglia, nei confronti della finanziaria. Che giudichiamo positivamente dal punto di vista "contabile". E' una finanziaria positiva sui tagli e sulla lotta all'evasione, ma non modifica in modo strutturale i meccanismi della spesa pubblica.

Un altro punto sul quale si può e si deve fare di più riguarda le misure di stimolo alla nostra economia.
Noi non vogliamo parzialità, non ci serve un premio per il fatto che rischiamo in prima persona mettendo la nostra vita nelle nostre aziende.
E alcuni di noi arrivano addirittura alle estreme conseguenze...

Non chiediamo di ridurre le imposte in un momento di austerità economica a cui non ci possiamo sottrarre, ma almeno, se investiamo in innovazione e nella rete distributiva, se iniettiamo risorse nelle nostre aziende per renderle più robuste, in modo da essere più competitive e forti anche nel rapporto col credito, ci aspettiamo che il Governo supporti questo impegno, detassando questi investimenti.

Il minor gettito che ne deriverà sarà immediatamente compensato da una crescita reale e duratura.

Cari colleghi, anche se abbiamo fatto molto, in passato, e anche se ciascuno di noi, come è giusto che sia, è convinto di farcela, non ci dobbiamo illudere. Da soli, oggi, non ce la possiamo fare.

E non può bastare il rapporto stretto, il legame forte che abbiamo costruito con la società e con il territorio.

Oggi, senza la politica, senza le istituzioni, soprattutto senza le riforme che abbiamo indicato, non ce la possiamo fare.

La politica agevoli il nostro lavoro, il nostro impegno, valorizzi le nostre intelligenze, alimenti la nostra voglia di intraprendere.
Noi imprenditori, lavoratori, vicentini, veneti, italiani, da soli non ce la possiamo fare.

Siate consapevoli però di una cosa: senza di noi imprenditori il Paese non ce la può fare!

 


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