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Imu, il TAR del Lazio dà ragione ai Comuni veneti: le tasse restano nel territorio

Di Rassegna Stampa Martedi 21 Febbraio 2017 alle 09:00 | 0 commenti

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Davide batte Golia uno a zero. Un ko senza precedenti, perché la sassata lanciata dalla fionda del Veneto rischia di fare molto male al governo e potrebbe sbloccare una partita ben più ampia, da quasi sei miliardi di euro in tutta Italia. Il match è appena iniziato, e Palazzo Chigi non se ne starà con le mani in mano. Ma il primo round è tutto degli enti locali della nostra regione, decisi a riprendersi dai trenta ai settanta milioni di euro di Imu versati allo Stato. Una battaglia che ora apre la strada teoricamente ad ogni Comune delle penisola. Si scrive Fondo di solidarietà comunale, si legge vittoria al Tar del Lazio.

 Quella agguantata dal Comune di Padova e da 44 amministrazioni della Marca trevigiana (riuniti nell’omonima Associazione aderente all’Anci), che con ricorsi separati ma paralleli, seguiti entrambi dagli avvocati Luca Antonini e Giacomo Quarneti, hanno ottenuto il 17 febbraio una sentenza storica, capace di demolire il decreto della Presidenza del Consiglio datato settembre 2015 sulla ripartizione del Fondo. Un provvedimento considerato illegittimo. Le motivazioni dei giudici nel merito riguardano una irregolarità di metodo e tempi: il decreto, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 4 ottobre 2015, avrebbe dovuto essere emanato in realtà il 31 dicembre 2014, non nove mesi dopo. Questo sfasamento ha di fatto costretto le amministrazioni a presentare i bilanci preventivi con grave ritardo. In sostanza, è stata lesa dallo Stato l’autonomia finanziaria dei Comuni sancita dall’articolo 119 della Costituzione, che richiama il principio di certezza delle risorse disponibili. Per poter elaborare e approvare il bilancio di previsione, infatti, gli enti locali devono conoscere le entrate su cui possono contare per le spese e i servizi. Se questa è la forma, la conseguenza sostanziale della sentenza è però ben altra: la bocciatura del Tar va infatti automaticamente ad annullare il meccanismo di ripartizione delle risorse, giudicato dai sindaci «infernale», perché penalizza pesantemente le realtà virtuose beneficiando quelle sprecone. Il Fondo, alimentato soprattutto dalle risorse Imu per aiutare le amministrazioni in dissesto o in serie difficoltà finanziarie, è diventato in effetti un boomerang terribile per i Comuni che erogano più servizi. Territori come Conegliano, che nel 2015 ha versato quasi quattro milioni di euro e ne ha visti ritornare appena 160 mila. O come Castelfranco, tre milioni finiti nel Fondo, rientrati poco meno di 300 mila. Per non parlare di Padova. La città del Santo, che ha registrato mancati rientri per sette milioni, è stata penalizzata in più per aver messo mano alla revisione catastale, aggiornando il valore effettivo degli immobili. Un principio di equità paradossalmente punito. Ecco perché il suo ricorso, presentato a novembre 2015 come quello dei Comuni della Marca, aveva una specificità che non consentiva di accorpare la battaglia alle altre amministrazioni. Poco male, visto il risultato. A brindare per la sentenza è chi, allora sulla poltrona di sindaco, aveva dato il via libera alla guerra con lo Stato. «Risultato straordinario - scrive Massimo Bitonci sulla sua pagina Facebook - Nessuno ci credeva, qualcuno diceva che erano soldi buttati via solo per farsi pubblicità, solo ora hanno capito che avevamo ragione». Stessa soddisfazione per Maria Rosa Barazza, primo cittadino di Cappella Maggiore e presidente dell’Associazione Comuni della Marca: «E’ una grande vittoria di squadra – sottolinea – e dimostra che quando le amministrazioni si mettono insieme al di là del colore politico per difendere le loro prerogative hanno più forza». Il macigno per Palazzo Chigi è notevole: i Comuni potrebbero infatti non accontentarsi di chiedere indietro il saldo negativo della ripartizione illegittima, un totale di 31 milioni di euro, ma anche l’intero gettito Imu versato al Fondo, qualcosa come 70 milioni. Perché se il decreto è da annullare, tutto va rimesso sul tavolo. Ed a beneficiare della battaglia potrebbe essere da ora ogni Comune italiano penalizzato dal meccanismo: in ballo ci sono circa sei miliardi. Cosa accadrà? Il governo ha sessanta giorni di tempo per ricorrere in appello al Consiglio di Stato e certo sfrutterà la possibilità per cercare una via di uscita. Dovesse ricevere un’altra sberla, però, sarebbe costretto a rifondere gli enti locali. Resta da capire come e in che tempi.
Di Nicola Zanetti, da Corriere del Veneto


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