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Il viaggio nel tempo di un contemporaneo: La Voce del Sileno, anno 2

Di Italo Francesco Baldo Domenica 21 Maggio 2017 alle 11:38 | 0 commenti

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Ospitiamo il diciassettesimo articolo de La Voce del Sileno, rivista on line che "intende coinvolgere tutti coloro che hanno a cuore la ricerca filosofica, culturale e in modo indipendente la propongono per un aperto e sereno confronto.

"Quelli che s'innamoran di pratica sanza scienza, son come ‘l nocchiere, ch'entra in navilio sanza timone o  bussola, che mai ha certezza dove si vada" (Leonardo)

L'uomo viaggia, il suo stesso concepimento inizia con un viaggio, paradigma di tutti quelli che potrà compiere: "L'uomo non già centro statico del mondo - com'egli per molto tempo ha creduto di essere; ma asse e freccia dell'evoluzione"- il che è assai più bello" come sosteneva lo scienziato-teologo e gesuita. Teilhard de Chardin. Questo viaggio continua ancora oggi e come uomo contemporaneo vivo il viaggio come ricerca di conoscenza, come viaggio di piacere, semplicemente per andare in qualche luogo per trovare amici, parenti, per assaporare un museo o una bellezza, sempre libero di decidere, forse con l'unico ostacolo del denaro, che serve per muoversi.

Viaggio anche attraverso le altre persone, attraverso in altre parole i loro viaggi, o in qualche documentario, in qualche film o semplicemente leggendo di viaggi.
Ripenso a spesso ad Immanuel Kant che nella sua vita ha compiuto solo due brevissimi viaggi al di fuori della sua città natale, Koenigsberg, capitale della Prussia orientale, oggi territorio occupato dalla Russia, che ha perfino mutato il nome della città in Kaliningrad. Eppure il filosofo conosceva il mondo, la sua opera più vasta è la Geografia fisica, ben sei volumi nell'edizione prima, comparsa anche in lingua italiana nel 1804, poi ridotta in quella critica. Kant conosceva il mondo, viaggiava lo stesso. Ma, a me uomo contemporaneo non basta più essere informato, voglio viaggiare di persona, essere libero di decidere dove andare. È pur vero che sento di viaggi dai quali si riportano migliaia di diapositive, e si costringono pazienti amici a vederle; ed è vero anche che molti viaggiano solo per dire di essere andati là, magari dove vanno tutti, perché altrimenti ci si sente esclusi, e di quei luoghi non riportano nulla, se non il nome da esibire, ma hanno in ogni modo viaggiato in libertà.

Infatti....

Ogni viaggio ha una destinazione, in genere ogni viaggio è la scelta libera di un uomo verso qualche cosa, ogni viaggio ha un motivo che liberamente sceglie chi intende viaggiare. Non c'è viaggio senza libertà. Anche quello degli emigranti che andavo verso "La Merica" che "voleva dire un lungo viaggio era un viaggio, libero, dettato certo da condizioni di miseria, ma libero. Tanto che Merica era magari l'Australia, la Svizzera, ecc. Chiunque parta per un viaggio crede di scegliere la meta, cerca qualcosa che è sconosciuto, ignoto, ma pensa che là, dove andrà, potrà trovare qualche cosa che lo soddisfi: una vita migliore, la scoperta, ecc.. Si viaggi per conoscere, per necessità, ma nel viaggio domina il futuro, un futuro immaginato, dal quale magari poi ritornare. Non c'è viaggio senza possibilità di ritorno, magari è solo l'illusione. Mai però il viaggio è definitivo, solo quello della morte, in genere il più breve da casa o dall'ospedale al cimitero, lo è.

Il viaggio è attesa è sogno, viaggio onirico, culturale, turistico, quello per avventure di vario genere, il vagabondare persino ha un suo significato..

Sembra sempre bello viaggiare, anche quando ci sono difficoltà o rischi, anzi si organizzano viaggi rischiosi, ad esempio nello Yemen, con annesso rapimento prepagato

Nella nostra cultura partiamo sempre da Ulisse, da suo viaggio decennale, che tanto affascina e ne diamo sempre una visione positiva, bella. Marco Polo affascina, ma anche affascinano tutti i viaggiatori, compreso Selrik, che diede poi a Defoe il materiale per il suo Robinson Crusoe. Per non parlare di tutti i viaggi descritti dalla letteratura e di cui, egregiamente si è parlato in questi Seminari

A molti viaggi d'ogni tipo e d'ogni genere possiamo oggi pensare, eppure la nostra contemporaneità non ha visto solo il viaggio dei fratelli Wright, quello dell'Apollo, dove finalmente Astolfo raggiunge realmente la luna, ma molti altri. Alcuni di loro sono famosi, altri meno, vorrei parlarvi di alcuni di questi. I loro protagonisti non sono sempre famosi, eppure appartengono alla storia, anzi hanno fatto la storia e a loro dobbiamo andare perché c'insegnano che l'uomo non può mai essere un oggetto, ma sempre una persona libera, perché la libertà è la dimensione ontologica propria dell'uomo e che nessuno può vilipendere o peggio annientare.

Affermava Pico della Mirandola nel suo De dignitate hominis: " Stabilì finalmente l'ottimo artefice che a colui cui nulla poteva dare di proprio fosse comune tutto ciò che aveva singolarmente assegnato agli altri. Perciò accolse l'uomo come opera di natura indefinita e postolo nel cuore del mondo così gli parlò: " Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, Né un aspetto proprio, Np alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell'aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu, non costretto da nessuna barriera, la determinerai secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Ti posi nel messo del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine "

 

Eppure quanti hanno impedito questa libertà!

 

Krikor Tarakdijan come tutte le sere, anche la sera del 14 luglio 1915, si affrettò verso casa, dopo aver chiuso la piccola bottega di speziale che aveva aperto con molti sacrifici a Yoghonoluk nella piana d'Antiochia verso il Mussa Dagh (Monte di Mosé). La sera si annunciava fresca e a casa lo aspettava la dolce giovane moglie e i figli, due del primo matrimonio e l'ultima nata cui aveva voluto assegnare un nome francese Juliette. Tutto si svolse come tante altre sere, solo non si notavano i vicini di casa l'onesto lavoratore Kemal Karaman, la sua casa aveva le imposte chiuse, eppure non erano che le otto di sera ed era ancora chiaro.

Alle dieci di sera tutti andarono a dormire, per essere svegliati dopo poco dal rumore di cavalli e ordini secchi; subitamente si sentì bussare alla porta. Krikor Tarakdijan andò a vedere chi bussava. Con voce secca il comandante della locale Risya Bey ordinò che Krikor e tutta la sua famiglia uscisse.

15 giorni dopo sulla strada per Aleppo una lunga scia d'uomini, donne, bambini camminava a stento, il caldo soffocante rendeva ogni passo fatico, soprattutto perché quasi nessuno aveva mangiato qualcosa da cinque giorni. Le guardi turche accompagnavano questa lunga scia, dissetandosi dalle borracce che portavano. Qualche donna o qualche bambino chiedeva dell'acqua, ma non ne riceveva. Quel giorno fu l'ultimo per Juliette. Il suo vestito francese comperato, con qualche sacrificio a Beirut, era ormai tutto lordo e strappato. La madre portava la bambina al seno, quel seno che l'aveva nutrita per quasi due anni ed ora non produceva più nemmeno una goccia di latte almeno per dissetare. Juliette aveva fame e sete, sete e fame; non sapeva quale delle sue sensazioni fosse la più forte. Gli stenti e le fatiche dei primi giorni l'avevano già provata, ma pur con poco cibo ed acqua era riuscita a resistere, anche perché la madre, il padre ed i fratelli si toglievano quel poco che avevano per darlo a lei. Improvvisamente Juliette guardò la madre e senza nemmeno pronunciarne il nome, sospirò, emise un ultimo respiro e morì.

Per quattro giorni ancora la madre la portò al seno, ma lei stessa affranta dovette abbandonare sulla sabbia rovente quel corpicino. Il primo frutto del suo amore, così sparì.

Qualche giorno dopo anche la madre di Juliette, Serphoi, mori, morì Aram, morì Karabed, sopravviveva a stento solo Lewon, che continuava la marcia nel deserto insieme a centinaia d'altri armeni. Quasi tutti morirono prima di arrivare alla destinazione che era stata loro riservata: gli opifici di Damasco, per lavorare come schiavi. Di tutti coloro che furono portati fuori della loro casa, pochi videro Damasco, molti morirono nel viaggio. Di altri, come Krikor non si seppe nulla. Solo Lewon, presto veduto come schiavo e portato ad Alessandria d'Egitto, del suo paese, sopravvisse e finché visse raccontò la sua storia, che nessuno voleva ascoltare, perché troppo triste.

Il breve viaggio di Giacomo Matteotti

La sera del 30 maggio, uscendo da Montecitorio, si sentiva molto, molto stanco, ma era anche soddisfatto, aveva detto ciò che riteneva tutti dovessero sapere. Aveva contestato la validità delle elezioni, tenute poco tempo prima, aveva accusato in modo chiaro con l'onestà che tutti gli riconoscevano che la convalida delle elezioni era avvenuta senza chiarezza e che nelle elezioni "nessun elettore italiano si è trovato libero". Ripensava a tutto ciò quando improvvisamente un'automobile si avvicinò, ne scesero alcuni uomini, lo presero e lo trascinarono all'interno. Da quel momento e per diversi giorni non si seppe nulla del deputato. La polizia messa sull'avviso della scomparsa, indagava o affermava di indagare. Non si muoveva nulla in realtà. Solo quando trovarono il corpo, si comprese che il deputato di Costa di Rovigo, era stato assassinato. Il suo viaggio, l'ultimo, era stato breve a che cosa pensasse mentre i suoi assassini lo portavano tra le strade di Roma e lo uccisero, non è dato sapere. Ripensò in quei momenti all'ultimo capoverso del suo discorso, quando dopo numerose interruzioni a destra e al centro, era riuscito a terminare e con quell'espressione ricordiamo il suo viaggio: " Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza della Giunta delle elezioni". Forse però lo assalì lo sguardo del suo unico, che comprese, sarebbe stato un orfano.

 

Il lungo viaggio di Pavel Florenskij

La rivoluzione o come qualcuno afferma oggi il colpo di Stato di Lenin aveva deciso le sorti del più gran paese del mondo: la Russia. A Mosca ormai da vent'anni il potere dei soviet si era installato e la Terza Roma, era diventata la prima città socialista del mondo. Si realizzava, come recitava il primo articolo della Costituzione staliniana ratificata nel 1936 "uno Stato socialista degli operai e dei contadini". Da 13 anni Lenin, il fondatore, colui che i tedeschi con opportuna manovra avevano portato dalla Svizzera nella Santa Russia, giaceva morto e imbalsamato e sorvegliava dal mausoleo le gesta del suo successore: Stalin.

L'otto dicembre del 1937 nella notte, una delle tante notti della ragione e dello spirito che hanno ottenebrato la storia del Novecento, cinquecento furono i colpi di fucile che rimbombarono nel gelido silenzio dei boschi, nei dintorni di Leningrado e che posero fine alla vita d'altrettanto detenuti, appena giunti dal lager delle isole Solovski, l'alma mater dei lager sovietici e modello del sistema di concentrazione bolscevico. In quella notte Pavel Aleksandrovic Florenskij con il volto sfigurato giaceva a terra, una pallottola aveva trapassato il suo cervello. Una delle figure più stupefacenti della cultura e della spiritualità russa del XX secolo, era abbandonato sulla fredda terra. Era stato condannato perché svolgeva " attività controrivoluzionaria, inneggiando al nemico del popolo Trockij". Florenskij pagava per aver inneggiato al nemico di Stalin? Incredibile, lui che certamente non aveva mai manifestato simpatie per il regime, era stato già condannato una prima volta nel 1928, ma doveva essere sacrificato in nome del marxismo-leninismo-stalinismo!

Chi era: Florenskij è anzitutto un filosofo della scienza, un fisico, un matematico, un ingegnere elettrotecnico, un epistemologo, ma anche un filosofo della religione, un teologo, un teorico dell'arte, un filosofo del linguaggio, uno studioso d'estetica di simbologia e di semiotica, un uomo che "contemplava il mondo come un insieme di tutto era curioso. Presbitero dalla chiesa ortodossa, prima della rivoluzione d'ottobre iniziava a manifestare la sua gran personalità, sviluppando una concezione armonica della vita e del mondo, ricucendo quella frattura tra filosofia e teologia, tipica di molto pensiero ottocentesco: ma non ebbe modo di svolgere fino in fondo la sua prospettiva: il regime sovietico lo imprigionò, gli fece compiere un lungo viaggio nelle isole Solovki, dove un antico complesso monastico, uno dei maggiori centri della spiritualità ortodossa russa, luogo di santità e di li m luminosa ascesi, era stato trasformato dai bolscevichi in uno dei luoghi più terribile di martirio, profanando così la santità del luogo.

Di lui ci restano molte opere e anche un'importante raccolta di lettere dai lager, dove fu tenuto prigioniero. Ricordiamo solo una parte del suo testamento del 1921, perché diretto ai suoi figli, un invito a "viaggiare nella vita" con stile, infatti " Chi agisce con approssimazione, si abitua anche a parlare con approssimazione, e il parlare grossolano, impreciso e sciatto coinvolge in questa indeterminatezza anche il pensiero. Cari figlioletti, non permettete a voi stessi di pensare in maniera grossolana. Il pensiero è un dono di Dio ed esige che si abbia cura di sé. Essere imprecisi e chiari nei propri pensieri è il pegno della libertà spirituale e della gioia del pensiero."

Florenskij moriva nel 1937 e molti con lui e dopo di lui fino ai nostri giorni sono fatti viaggiare verso la morte, colpevoli solo d'avere pensieri diversi da quelli del potere.

 

Moriva il pensatore russo nel 1937 dicevamo, e in Germania erano già attivi altri lager, che produrranno anch'essi come quelli sovietici morte e violenza. Numerosi viaggi verso questi luoghi, dove, all'entrata era scritto: il lavoro rende liberi". Tra i molti viaggi verso questi campi, se ne stimano circa 1011 milioni compiuti da ebrei, tzigani, repubblicani spagnoli, oppositori francesi italiani, polacchi, tedeschi, ucraini, bielorussi, romeni, bulgari, serbi, croati, voivodini ungheresi, olandesi, belgi, danesi, ecc. di uno sappiamo poco, ma molto della sua protagonista.

 

Anna Frank: diario e viaggio finale

"Cara Kitty, così ce ne andammo sotto una pioggia scrosciante, il babbo, la mamma e io, ciascuno con una borsa da scuola o da spesa, piene zeppe d'oggetti ficcati dentro alla rinfusa" Era il 9 luglio 1942. Questo brevissimo viaggio porterà Anna Frank dalla sua casa al rifugio. La mattina del 4 agosto 1944 la polizia tedesca fece un'irruzione nell'alloggio segreto. Tutti i rifugiati clandestini e anche Kraler e Koophuis furono arrestati e condotti in campi di concentramento tedeschi e olandesi. Dei rifugiati si salvò soltanto il padre di Anna, che morì nel campo di Bergen Belsen, due mesi prima della liberazione dell'Olanda.

Non conosciamo i pensieri di Anna Frank durante il suo ultimo viaggio, possiamo solo immaginare che avrebbe voluto anche trascriverli nel suo diario, appena magari avesse trovato un po' di carta ed un lapis, ma gli stenti e le privazioni glielo impedirono.

 

Tanti altri viaggi di questo genere si possono ricordare: quello di Luxardo verso una delle tante foibe delle Alpi Giulie, quella di don Luigino che non iniziò nemmeno il viaggio verso la morte: fu ucciso nella canonica, quello di Lin Pian nel Vietnam, quello di Pol Not in Cambogia, quello di Pedro Bonsons a Cuba e i molti nella Piazza della Pace Celeste in Cina pochi anni fa.[1][2], ecc. ecc. Milioni di eccetera! E per tutti valga.

Tien An Men

Bandiere rosse

Insanguinate

Ora si tingono di nero,

la pace celeste,

un campo di grano

appena mietuto.

(I.F. Baldo, De re civili, Abano T. 1996, p.7.)

 

Ma non ci sono solo questi viaggi, ci sono altri viaggi e distruttivi che si ammantano della dicitura di essere liberi, tanto che i suoi protagonisti affermano che libertà: è fare quello che si vuole! Aggiungono poi che la mia libertà cessa là dove finisce quella dell'altro! Ma quale la volontà etica verso il bene, quale i confini della responsabilità che assumo razionalmente come dovere libero? Tra i tanti viaggi di questo genere ne indichiamo uno, quello dell'hashish, che ha l'apparenza della libertà, ma...

 

Giuseppe quel giorno era deluso di se stesso, vedeva il mondo come un immensa prigione. Nessuno lo capiva, nessuno gli dava ragione. Aveva tentato di aprirsi con i genitori, con gli amici, aveva pure tentato di parlare con il prof. di filosofia, ma nessuno aveva corrisposto alle sue attese. La religione, abbandonata dalla seconda media, non era nemmeno stata presa in considerazione. Voleva essere qualche cosa, ma la scuola andava male, i genitori gli indicavano vie che non voleva percorrere, perché troppo difficili. Passando per il parco, si fermò vedendo alcuni ragazzi che in circolo parlottavano fra loro e fumavano. Come per necessità di aggregazione anch'egli si unì a loro e condivise il fumo. Iniziò così quel viaggio che ancora oggi non ha termine, un viaggio verso il niente, verso la sua stessa fine. Da allora non solo fumo, ma anche alcool, cocaina, ma l'apice gli è sembrato di raggiungerlo con l'estasi, quella ti chiude la visione del mondo e ti afferma che tu sei il mondo stesso. Questo breve viaggio è terminato in un capannone, durante una rev party, nessuno si è occupato di lui, tranne quel piccolo cane, che passando di lì, si degnò di annusarlo, ma ormai puzzava di morte. Il suo viaggio era già alla destinazione, quella della morte.

 

Come vedete sono tutti viaggi brevi, tutti affrontati dai protagonisti senza che avessero potuto scegliere di farlo, di indicare la meta. Milioni di questi viaggi in ogni parte del mondo dall'Armenia, dall'Italia, alla Germania, dall'Olanda al Belgio, dalla Polonia, all'URSS, dalla Cina, alla Cambogia, dalla Romania alla Palestina, Dall'Angola al Mozambico, dal Laos al Vietnam, da Cuba a la V Corea del nord, milioni di questi viaggi. Quasi tutti furono ULTIMI VIAGGI. Due i motivi principali, uno peggiore dell'altro. Il primo è quello razziale ed ha coinvolto la Turchia, la Germania soprattutto, non ha alcuna giustificazione, ma parte da una visione di diversità come elemento negativo della vita e ritiene che l'eliminazione della diversità razziale contribuisca a migliore un'ipotetica, quanto triste, razza superiore. Il secondo è terribile, perché esso non si limita a marchiare la differenza, la diversità dal colore della pelle, dall'origine, ma entra nei pensieri stessi, nel cuore stesso di un uomo. Non importa se russo o ebreo, italiano o vicentino, vietnamita o ucraino, tedesco o belga, indios o indiano. Ciò che conta è il loro pensiero, che va negato a tutta forza, perché diverso da quello imperante. Per costoro il viaggio è sempre terribile, perché non si afferma la diversità, ma si nega la possibilità stessa di pensare.

Quanti viaggi, quanti pensieri negati. Su questo credo che oggi 2001 l'uomo contemporaneo debba riflettere, facendo sempre proprie le parole di Pico della Mirandola, perché senza libertà non c'è viaggio né esteriore né interiore e coloro che ancora oggi colpevolmente chiudono gli occhi davanti a ciò e coloro che ancora professano addirittura pubblicamente le idee che giustificano la violenza fin nei loro pensieri costitutivi, come il Manifesto del Partito Comunista o il Mein Kampf, credo siano incapaci di intendere il significato dell'umanità e per questo la violano in ogni dove, appena è data loro la possibilità, anche purtroppo nella quotidianità. Se i Lager ed i Gulag pare non ci siano più, ma è tutto da verificare ad esempio in Serbia, in Corea del Nord, a Cuba ed in Cina, in Africa o in America Centrale e Latina, proprio la capacità di usufruire di tutto il mondo, di visitarlo, di goderne le bellezze naturali, le comprensibili differenze, spinge l'uomo contemporaneo a prospettare una vita nella quale mai più i nefasti simboli dei Lager e dei Gulag, variamente nominati nelle varie lingue, non esistano più.

Viaggiare per vivere al meglio, per arricchire la nostra mente, la nostra cultura. Coloro che negano l'uomo sono il nostro problema, ed la questione non si rivolge tanto a quel singolo uomo, ma alle sue idee. " Le idee si combattono non le persone." ( Camillo Tommaso Baldo) Sono le prospettive che rinnegano l'umanità e coloro che si fanno servi di quelle prospettive negano anche se stessi. E ciò -per non dire mai, come il Signor Aghios di Corso viaggio sentimentale di Italo Svevo: " addio sentimento della libertà del viaggio. Addio benevolenza."

 

 

Conclusione

Il vero ultimo viaggio secondo Immanuel Kant nella sua Teoria del cielo.

" Quando la fragilità umana avrà pagato il tributo alla propria natura, lo spirito immortale si librerà, con un colpo d'ala, al di sopra di ogni cosa finita e inizierà un'esistenza diversa, in cui, grazie alla maggiore vicinanza all'essere supremo, occuperà una posizione nuova nei confronti di tutta la natura. Da quel momento lo spirito, che racchiude in sé la fonte della felicità, non cercherà più il proprio appagamento dissipandosi tra gli oggetti esteriori. Tutto l'insieme delle creature che devono necessariamente trovarsi in armonia per il piacere dell'Essere originario, arriveranno a goderne anche loro e in essi si placheranno come in una beatitudine eterna.

In realtà, quando si è nutrito il proprio animo con riflessioni di questo genere, basta uno sguardo al cielo stellato, in una notte chiara, per provare quel senso di rapimento di cui solo le anime nobili sono capaci. Nel silenzio universale della natura, nella quiete dei sensi, la segreta facoltà di conoscenza dello spirito immortale parla una lingua impronunziabile e suscita pensieri inespressi, che si sentono, ma non si lasciano dire. Se tra le creature pensanti del nostro pianeta vi sono degli esseri abietti, che nonostante il gran fascino di un argomento così importante, preferiscono rimanere attaccati alla schiavitù delle cose vane, allora la Terra, per aver generato creature così miserabili, ci appare all'improvviso come un luogo molto infelice. Ma, viceversa, come ci appare felice, quando vediamo aprirsi in essa la sola via degna d'essere percorsa, quella che conduce alla suprema felicità dell'anima, che nessun corpo celeste, anche quello dotato delle condizioni più eccellenti e vantaggiose, potrà mai offrire."

 

 

BIBLIOGRAFIA: P. FLORENSKIJ, " non dimenticatemi", a cura di N. VALENTINI e L. ZAK,

A. Mondadori, Milano 2000; A. FRANK, Il Diario, tr. di A. Vita, Prefazione di N. GINZBURG, G. Einaudi, Torino 1957; I. KANT, Storia universale della natura e teoria del cielo; tr. S. Velotti, a cura di G. SCARPELLI, Theoria, Roma-Napoli 1987; J. KEROUAC, I vagabondi del Dharma, tr. Di M. De Cristofaro, A. Mondadori, Milano 1975;G, MATTEOTTI, La difesa della libertà, Collezioni del Palladio, Vicenza 1943;G.D. MAZZOCATO, La Merica, La vita del popolo, Treviso 2000; PICO DELLA MIRANDOLA, Discorso sulla dignità dell'uomo, a cura di G. TOGNON, Prefazione di E. GARIN, Ed. La Scuola, Brescia 1987; I. SVEVO, Corto viaggio sentimentale, Nota di M. LUNETTA, Newton Roma,1992; P. TEILHARD De CHARDIN, Il fenomeno umano, tr. di F. Ormea, A. Mondadori, Milano, 1968; F.WERFEL, I 40 giorni del Mussa Dagh, tr. C. Baseggio, Postfazione di F. Cordelli, A. Mondadori, Ed. Milano, 1981; I.F. BALDO, De re civili, Prefazione di E. GALLO, Piovan Abano T. 1996.

 

Coordinatore de "La voce del Sileno" Italo Francesco Baldo
Si chiede a tutti coloro che leggono questo articolo di trasmetterlo ad amici e conoscenti.
I contributi vanno inviati al coordinatore all'indirizzo di posta elettronica: [email protected]

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