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Il ricordo dei profughi... ebrei dalla Libia

Di Citizen Writers Martedi 3 Novembre 2015 alle 21:51 | 2 commenti

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Riceviamo da Paola Farina e pubblichiamo

Ogniqualvolta leggo che i profughi contestano, la mia mente ritorna al mio vissuto e ringraziando D-o per essere cresciuta “sana dentro e ricca di esperienze che gli altri non hanno”, rimango però basita dai “profughi o rifugiati” che contestano l’accoglienza e che vantano mille pretese supportate dai buonisti che vogliono aiutarli con contributi pubblici. Siamo lontani mille anni luce dai valori della vera accoglienza. 

Non sono contraria all’accoglienza, ma sono contraria a quest’accoglienza, per il modo in cui è fatta, proclamata, politicizzata e sponsorizzata. In trecento hanno manifestato a favore - a Vicenza – alcuni giorni fa; bene, allora in città dovrebbero esserci 200/300 posti letto per i profughi messi a disposizione dai dimostranti, senza alcuna obiezione o scusante. E senza clamore perché è nel silenzio che sia la carità cristiana, sia quella ebraica vanno concepite e materializzate. L’accoglienza si fa con il proprio cuore ed i propri mezzi o non si contesta chi proprio non la vuole. Tutto il resto, chiunque lo faccia o lo predichi è un mix di protagonismo politico-partitico, campagna pubblicitaria personale, associazionismo cointeressato, marketing e mera comunicazione!

Ricordo quando, nel 1967, gli Ebrei vennero in Italia come rifiugiati politici, perché espulsi dalla Libia. Non voglio paragonare quell’esodo a quello che stiamo vivendo ora, gli Ebrei sono stati cacciati dalla Libia, i nuovi profughi partono spontaneamente, ci sono condizioni e pretese diverse, ma chi scappa da un paese deve pur sempre capire che l’accoglienza è un dovere morale, ma non un obbligo e non si possono imporre diktat.

Dopo la guerra dei Sei Giorni nel 1967, re Idris I fu costretto a cacciare gli ebrei dalla Libia, gran parte della comunità (circa 6.000 persone) approdò a Roma, molti erano italiani, avevano frequentato in Libia le scuole italiane e avevano lavorato per aziende italiane. In Italia non furono accolti come “profughi”, status che forse avrebbero preferito per via di alcuni benefici che comportava, ma come “rifugiati” sotto l’egida dell’Alto Commissariato dell’Onu. In Libia, gli ebrei hanno lasciato beni per una somma totale che oggi si aggirerebbe intorno agli 1,6 miliardi di euro. Avevo 13 anni, ero una bambina difficile (non sono migliorata nel frattempo) e contestatrice ed i segni del ripudio della religione cristiana per far spazio all’altra parte delle mie radici stavano diventando sempre più forti ed intollerati da mio padre. Per scemare un clima di tensione familiare e nell’inutile tentativo di farmi comprendere quanto fosse difficile essere ebrei, uno zio mi propose di andare a Roma con lui “a fare una cosa nuova”, a ricevere non so chi. A Roma ci fermammo due o tre giorni, ospiti di un lontano parente e l’indomani del nostro arrivo andammo all’aeroporto ed ho un ricordo bellissimo “una miriade di persone atterrò in prossimità di Roma” (altri esseri umani arrivarono via mare) e parecchi ebrei autoctoni e libici già residenti avevano fatto squadra per dare la prima accoglienza, scoprivo per la prima volta le organizzazioni mondiali ebraiche e ne rimasi coinvolta (tutte private e fatte di volontariato sano, spesso autogestito) che collaboravano per la “prima assistenza”. A un amico di mio zio, gli fu subito concessa una sola stanza per tutta la sua famiglia, ben sette persone “grandi”, che rimasero lì per un breve periodo, per poi spostarsi in affitto in un’altra stanza, un po’ più grande con uso cucina, all’interno di un appartamento privato ed anche lì dormirono in sette persone, perché fortunatamente non era morto nessuno. Ad un altro amico invece gli fu proposto di andare in un campo di accoglienza con tutta la famiglia composta da un numero indefinito di bambini ed accettò non sapendo che sarebbe andato all’inferno. Naturalmente dopo l’ennesimo esodo di ebrei, gli italiani “si sono comportati bene”, hanno aperto i campi di Latina e di Capua per i rifugiati, in quasi 5000 andarono inizialmente nei campi (e non c’erano abituati, si trattava di persone spesso benestanti, eppure ci sono andati), gli altri erano ospiti da parenti o amici e chi aveva un minimo di possibilità finanziarie, cercava una sistemazione autonoma.

Dopo il primo viaggio a Roma, rientrato a Vicenza mio zio parlò con alcune persone della città che avevano origini ebraiche, che non erano più ebrei a causa delle persecuzioni razziali subite durante la guerra, con alcuni ex bersaglieri e si ritrovarono all’allora trattoria “Il Bersagliere” per raccogliere donazioni spontanee per aiutare una persona conosciuta durante la Campagna d’Africa (di cui non ho mai saputo il cognome o forse non lo ricordo, ergo il bene si fa nel silenzio totale); cosa che mi rese felice perché oltre al bene, prometteva un altro viaggio. E di nuovo con mio zio andai prima a Roma e poi a Capua. Mi si spezzò il cuore quando vidi quel “campo profughi” come lo chiamavano, era la cosa più straziante che io avessi visto, perché a quell’età non avevo ancora visto i campi di concentramento nazisti. Le stanze al posto del pavimento erano di terra battuta, c’erano reti di letto anche senza materasso, non c’era acqua corrente, c’erano topi, ragni, insetti di ogni tipo: un piccolo ed orribile zoo di invertebrati e ratti di ogni taglia. Tugurio accettato come una benedizione di D-o perché si fuggiva davvero, ancora una volta, da una persecuzione razziale. In quelle baracche nessuno poteva offrirmi nulla da mangiare, ma ricordo di essere stata accolta da grandi abbracci, tante carezze anche da bambini più piccoli di me, dai quali ho accettato da schizzinosa le loro effusioni, forse ne avrei fatto volentieri a meno, all’epoca non avevo ancora capito l’importanza di una grande famiglia unita ed di una carezza….Una signora (che avrebbe dovuto essere la moglie dell’amico di zio, lui non c’era in baracca perché era andato nei campi a raccogliere verdura) raccontò della paura e dei pianti dei suoi figli, di acqua piovana che entrava dalle finestre senza vetri, di grida, di parolacce e di altre persone probabilmente dall’est che si drogavano, ubriacavano e probabilmente “puttanavano” …non continuò il discorso perché fu zittita con un’occhiata da mio zio. I soldi raccolti da questo gruppo di amici vicentini e romani, quasi cinquanta anni fa, furono destinati a quella famiglia, che si spostò prima in una misera pensione nelle vicinanze di via Urbana, vicino alla Stazione Termini, ma non tanto amata dal gestore dovette andarsene, alla fine trovò un appartamento verso Centocelle, ci rimase poco e fece l’Aliyah (emigrazione ebraica in Israele).

In seguito, dieci-quindici anni dopo cominciai a frequentare più intensamente la Comunità ebraica romana tripolina, e ne rimasi affascinata, perché il mio ricordo “italiano” era fermo alla baraccopoli di Capua ed invece i miei nuovi amici - che sono tuttora parte integrante della mia vita - vivevano nei quartieri buoni Monteverde, Montemario, Parioli, Prati, Aventino, delle Vittorie e parlavano tutti almeno tre-quattro lingue. Avevano negozi nelle vie buone ed erano clienti di un’azienda dove allora lavoravo. La maggior parte delle persone è partita dalla Libia con la valigia di cartone, alcune solo con i vestiti che indossavano. In circa 2.000 sono rimasti a Roma, gli altri hanno scelto Israele o altri paesi. Le persone rimaste a Roma come quelle che se ne sono andate, si sono perfettamente integrate e fortunatamente hanno procreato e dato vita a nuove generazioni, che io amo, quanto amo i loro padri e le loro madri. In famiglia mi hanno insegnato che quando si offre si deve dare senza chiedere nulla e quello che è offerto deve essere accettato come dono di D-o. Non ho mai indagato se i miei amici di ora sono parte di quei mocciosi del campo di Capua o dei “ sette adulti”, consapevole che bisogna ricordare il passato solo come retaggio culturale e affettivo.

(foto squadra amatoriale di calcio, tutti gli ebrei nella foto sono giunti in Italia come rifugiati, alcuni risiedono ora a Roma)

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Commenti

Inviato Mercoledi 4 Novembre 2015 alle 12:19

Commento del Caro amico Ariel
La dignità,l'educazione e la gratitudine dimostrata verso il Paese Italia dai profughi ebrei dalla Libia nel 1967, non può essere messa in discussione ne paragonata con ciò che frequentemente leggiamo da qualche anno sui giornali riguardo ad ospitalità e gratitudine da parte degli ospiti e degli ospitati. Dopo i primi vent'anni dal loro arrivo dalla Libia,i circa quattromila ebrei ex profughi avevano già creato decine di migliaia di nuovi posti di lavoro,soprattutto a Roma...I quartieri in cui si sono insediati hanno visto nel tempo un aumento assai sensibile dei valori immobiliari...La percentuale di crimini contro il patrimonio o altro commessi da loro fino ad oggi dopo quasi cinquant'anni è pari o vicino allo zero...peccato che fossero solamente quasi quattromila...
Inviato Mercoledi 4 Novembre 2015 alle 12:22

Commento del Caro amico Ariel
La dignità,l'educazione e la gratitudine dimostrata verso il Paese Italia dai profughi ebrei dalla Libia nel 1967, non può essere messa in discussione ne paragonata con ciò che frequentemente leggiamo da qualche anno sui giornali riguardo ad ospitalità e gratitudine da parte degli ospiti e degli ospitati. Dopo i primi vent'anni dal loro arrivo dalla Libia,i circa quattromila ebrei ex profughi avevano già creato decine di migliaia di nuovi posti di lavoro,soprattutto a Roma...I quartieri in cui si sono insediati hanno visto nel tempo un aumento assai sensibile dei valori immobiliari...La percentuale di crimini contro il patrimonio o altro commessi da loro fino ad oggi dopo quasi cinquant'anni è pari o vicino allo zero...peccato che fossero solamente quasi quattromila...
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