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Il mercato delle grappe, Jacopo Poli: "c'è un tentativo di tornare al piccolo e bello"

Di Matteo Crestani | Sabato 7 Luglio 2012 alle 19:43 | 0 commenti

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Una storia di emozioni, racconti familiari e tante emozioni. Questo traspare dalle parole di Jacopo Poli, a capo dell'omonima distilleria di Schiavon. La storia della famiglia Poli è iniziata intorno al 1800, ma l'attività di distillazione più curiosa riguarda la fine dell'800, quando il fondatore, con un alambicco mobile, andava di casa in casa per produrre i distillati, principalmente utilizzati per fini terapeutici. "La prima caldaietta di distillazione è stata installata nel 1898 ed oggi ne contiamo 12 - spiega Jacopo Poli - e per ricordare chi ci ha preceduto ad ogni campagna di distillazione iniziamo a distillare sempre dalla prima caldaietta, quella installata da mio bisnonno".

Tradizione ed innovazione sono sempre convissute nella distilleria Poli e lo dimostra la capacità di restare al passo con i tempi.
Quali sono le recenti introduzioni tecniche apportate all'azienda?
"Nel 2001 abbiamo introdotto un nuovo sistema a bagnomaria in cui il vapore attraversa un'intercapedine e non viene in diretto contatto con le vinacce. Nel 2009, invece, abbiamo adottato due innovative caldaie sottovuoto, che rappresentano ciò che di più moderno esiste nel settore. Con questo metodo si sviluppano degli aromi che, diversamente, andrebbero dispersi".
Tradizione sì, ma non ostinazione del rispetto del passato?
"Nella nostra azienda l'artigianalità è un caposaldo, ma non significa non mettere in discussione ciò che si è sempre fatto in un determinato modo. Non voler cambiare significa essere ottusi, mentre noi vogliamo mettere assieme innovazione e tradizione per essere performanti e qualitativamente ineccepibili".
Come sono cambiate le grappe rispetto al passato?
"Oggi le grappe non conservano nulla delle caratteristiche che le rendevano straordinarie ed uniche cinquecento anni fa. La grappa moderna non ha più l'aroma dell'uva che un tempo era la peculiarità di questo prodotto. Gli anni '60 hanno rovinato tutto, imponendo che le grappe fossero standardizzate, mai diversa l'una dall'altra. E questo ha condotto alla morte di molte piccole distillerie italiane: dalle 2000 circa esistenti negli anni '60 oggi non ce ne sono più di 60".
Cos'è successo, quindi, al brand italiano?
"Ovunque in Italia è possibile fare grappa con qualunque tipo di uva e qualunque sistema produttivo. La mancanza di una rigida normativa di riferimento ha prodotto queste conseguenze. Fortunatamente, però, a modalità di marketing puro si è contrapposta una realtà fatta di aziende che sono radicate a valori quali famiglia e tradizioni. Per noi fare un buon lavoro da gratificazione e la certezza di garantire al consumatore un prodotto unico".
E le strategie di marketing in cosa si sono tradotte?
"La gran parte del mercato è fatto da grossi produttori industriali. Esistono, poi, una moltitudine di oltre 600 imbottigliatori, che vendono la grappa pur non distillando nulla. Infine, esistono le grappe di fattoria prodotte da 4-5000 aziende che utilizzano il prodotto come merce di sconto per chi acquista il vino".
Il consumatore come si orienta?
"Le etichette sono migliaia e non c'è nessuna chiarezza, quindi chi acquista lo fa alla cieca. C'è un tentativo di tornare al piccolo e bello, ma la strada è lunga".

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Commenti degli utenti

Mercoledi 27 Agosto alle 17:38 da DavideDeMeo
In I pacifisti nostrani
Nooo, mi dispiace, non ci sto. Mi riconosco nel movimento pacifista. Ero tra quelli che hanno manifestato contro la costruzione dell?ecomostro Del Din. Sono ancora oggi convinto che quella base non doveva essere fatta. Primo perché è una installazione straniera in preziosissimo suolo nazionale e vicentino. Secondo perché rappresenta un simbolo del modo proprio delle superpotenze di risolvere i conflitti. Vale a dire con la risposta militare. Proprio questa, dai tempi della Guerra del Golfo (con il ridicolo ultimo sviluppo secondo il quale i cacciabombardieri e i droni americani i attaccano mezzi corazzati e armi americane date al governo irakeno dagli stessi americani), dalla Guerra in Afghanistan e dall?intervento in Libia, mostra negli ultimi tempi la sua inutilità. I conflitti regionali sono ancora più aspri di un tempo e l?instabilità internazionale (Iraq, Libia, Pakistan, Ucraina) è ai massimi storici.
Venendo ora al conflitto arabo-israeliano, non posso soffermarmi sulla enorme complessità dei rapporti che hanno determinato l?odierno assurdo scenario (mi ha aiutato a capirci qualcosa il libro ?Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001? di Benny Morris ? Ed. Bur ? 2003). Di certo, pensare che lo stato di Israele, a cui la stragrande maggioranza di noi ed io personalmente riconosciamo il diritto all?esistenza ed alla salvaguardia dei propri confini, sia giustificato a radere al suolo (le bombe intelligenti...) i quartieri di Gaza, donne e bambini compresi, per me vuol dire soffrire di cecità selettiva.
E? di ieri la notizia che Tsahal (il tanto ammirato esercito israeliano) ha ucciso tre leader di Hamas, i quali sfortunatamente erano assieme a una dozzina di propri familiari, tra cui diversi bambini innocenti (beh, mica colpa nostra se questi terroristi fanno anche figli, potevano pensarci prima...).
Se i palestinesi radicali, del resto, avessero a disposizione bombardieri e droni non esiterebbero un minuto a farne l?uso di cui noi occidentali siamo maestri. Saremmo pronti, in quel caso, a schierarci a fianco dell?alleato israeliano senza alcun indugio, partecipando allegramente al bomb show.
Allora preferisco di gran lunga l?appello alla pace, con le manifestazioni e i cortei, che sempre sono stati pacifici, che magari poco hanno prodotto (opporsi ai miliardi di giro d?affari del business delle armi è poco popolare, per non parlare dei guerrafondai veri e propri, che sparerebbero anche con il fucile a tappo), che forse possono sembrare antiamericani ma che in realtà esprimono solo il cocente fastidio di essere impotenti di fronte alle scelte fallimentari della war machine internazionale. Anche queste sono azioni forti (e la nostra città non è che ne abbondi).
Caro Prof. Balbo, Gentile Signora Farina, dissento profondamente dalle vostre affermazioni.. Con buona pace del vescovo Rufino e di Erasmo da Rotterdam.

Martedi 26 Agosto alle 15:27 da claudiofiori
In Luca Zaia aderisce alla campagna per la lotta alla SLA
Ottimo gesto "mediatico" del Governatore Zaia. Peccato però che resti solamente un?esposizione mediatica che NON aggiunge nulla agli scarsissimi fondi per la ricerca, e mi riferisco a tutte le patologie delle quali a oggi, le persone ammalate, sono ritenute "rare" se non inesistenti. Un Politico per di più Governatore della Regione, oltre a questi gesti estivi, deve impegnarsi per far si che l'articolo 32 della nostra costituzione sia rispettato, deve impegnarsi per evitare che tutte le persone sofferenti a causa di una patologia non siano derise ma curate, deve dare sostanza e seguito ad ogni paragrafo del P.S.S.R.2013\2016. Queste cose si possono fare, con un po? di buona volontà, visto che, come riferito dal Governatore Zaia in conferenza, i Conti Consuntivi Economici delle A.S.L.Venete hanno chiuso l?esercizio 2013 con un utile (pardon attivo) di 41.467.101.?. Ha poi aggiunto l?Assessore Coletto che il 2013 è per il Veneto il QUARTO anno consecutivo di esercizi positivi???. Ricordo al Governatore Zaia agli Assessori Coletto e Mantoan che in data 04\07\2014 ho spedito una mail (da loro ricevuta e letta, e pubblicata dalla vostra testata il 19\07) nella quale facevo presente che dopo oltre 400 giorni dall?approvazione all?unanimità della Legge, che riconosceva l?M.C.S. come patologia rara e con la quale dovevano essere attuati anche 5 paragrafi a essa collegata, nulla oltre il mero ?riconoscimento? è stato fatto. Oltretutto la lettera era controfirmata da 28 persone sofferenti di tale patologia abitanti in 5 province Venete che mi avevano delegato, e NESSUNO dei destinatari si è degnato di fornire a queste persone un minimo cenno di riscontro. Nessuno cerca la malattia, questa può colpire chiunque a qualsiasi età, una persona ammalata di qualsiasi patologia, proprio a causa del suo stato di salute ha bisogno di tutele ed aiuto. Credo che Il livello di civiltà di una Regione si misura anche dalla cura con cui assiste le persone ammalate. Cordialmente Claudio Fiori

Sabato 23 Agosto alle 19:31 da dreck
In La serata americana a Vicenza con il college basket al top di Michigan
Grazie Direttore, come sempre molto gentile.

Quanto all'autore trovo molto irritante e puerile continuare a rispondere tono su tono ad un (assiduo) lettore. Ormai non posso certo sottrarmi e quindi:
-Da giornalista quale immagino sia sa che non può certo basarsi sul "sentito dire" ma è lei che deve verificare le voci.
-Non metto in dubbio che dovesse lavorare ma sono rimasto al palazzetto ben oltre la fine dell'incontro e l'appunto le avrebbe rubato meno di un giro di lancette.
-Ho chiamato le majorettes con quel nome per quello che sono, non per quello che fanno. Raffaella Masciadri non è stata definita "premiante" bensì "giocatrice del Famila Basket Schio".
-La stessa insegnante ha specificato come le sue ragazze facciano anche cheerleading ma in altre occasioni e contesti. L'esibizione di quella sera era frutto solo del lavoro compiuto come majorettes.
-Il pubblico del Palazzetto ha potuto sentire più e più volte il fatto che fossero di Malo poiché, proprio per farle risaltare, l'ho ripetuto ad ogni stacchetto (primo escluso).
-Le polemiche inutili le ha iniziate a creare lei con questo articolo. Ad ogni modo ho chiesto anche alla mia ragazza (che nulla centra in questo contesto) che è del settore se per caso la conoscesse. Alla sua risposta negativa l'ho cercata sui social senza successo. Solo allora ho provato a commentare in un angolino di sito specifico (e non qui) proprio sotto il suo pezzo, luogo che ritengo il più idoneo in assoluto per far presente una sciocchezza.
-Visto che ha scoperto che conosce la mia ragazza poteva benissimo essere lei ad avvicinarmi!
-Non mi sono firmato perché c'è il nickname (usato anche da lei) che mi identifica. Che non abbia nulla da nascondere è palese visto che ho dichiarato di essere io stesso lo speaker.
Devo continuare?
In realtà ho già sotterrato l'ascia di guerra. Spero vivamente che lei venga al palazzetto lunedì sera in modo da parlare serenamente di ciò che è importante veramente di quell'occasione ovvero lo sport!
Giovanni Barcaro
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