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Galliano Rosset presenta il suo libro "Farine: pane e polenta sulle tavole venete" a Cavazzale il 19 dicembre

Di Italo Francesco Baldo Lunedi 18 Dicembre 2017 alle 14:15 | 0 commenti

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Prosegue con rara capacità di attrarre attenzione e destare piacere la "visita" di Galliano Rosset nel mondo della tradizione veneta e dei suoi "usi e costumi", aprendosi sempre però anche al mondo, perché non si ama veramente il proprio picciol borgo se non si è disponibili a considerare, accettare quello che di buono viene "dai foresti". Con la solita capacità grafica e buona documentazione che viene anche disegnata con maestria Galliano Rosset ci porta nel mondo delle "Farine: pane e polenta sulle tavole venete", una piacevolissima pubblicazione, patrocinata dalla Regione Veneto e dal Comitato Proloco UNPLI Vicenza, ed è presentata rispettivamente da Roberto Ciambetti e Bortolo Carlotto. L'appuntamento è per martedì 19 dicembre alle 20.30 nella Sala Civica Bressan in via L. Da Vinci, 37 a Cavazzale di Monticello Conte Otto.


L'Editrice Veneta la pubblica con la consueta cura con la quale ha realizzato anche il recente volume sul "baccalà" sempre di Galliano Rosset.
Il pane che nella cultura occidentale è simbolo stesso del benessere sia materiale sia spirituale ha una lunghissima storia che origina dalla coltivazione del frumento nell'area tra il mar Mediterraneo, il Mar Nero e il Mar Caspio e da qui la preparazione dell'alimento che su tutte le tavole non mancava, anzi proprio la mancanza o carestia di questo alimento ha determinato perfino lo sviluppo delle civiltà, degli Stati, che a simbolo di benessere raffiguravano la spiga di frumento perfino nelle monete, ben disegnate e riprodotte da Rosset.
Per i greci il pane è l'emblema dell'universo umano, e ci piacerebbe dire che il nome deriva dall'antico greco "to pan", cioè il tutto. Il pane fu oggetto di culto religioso con Demetra, "Madre terra" che è la "dea del pane", del grano e dell'agricoltura, costante nutrice della gioventù e della terra verde, artefice del ciclo delle stagioni, della vita e della morte, protettrice del matrimonio e delle leggi sacre. Demetra donò all'uomo la conoscenza delle tecniche agricole: la semina, l'aratura, la mietitura e le altre correlate.
Nella Bibbia, l'altra grande fonte della civiltà europea, il termine "pane" ricorre per ben 285 volte, a partire dal capitolo 3 del Genesi: "mangerai il pane; finché tornerai alla terra" e culmina nell'ultima cena, cfr. Matteo 26, 26-29:" Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo..."
Nel mondo della letteratura e nella poesia il pane è sempre ricordato, nei versi di Omero, I canto dell'Iliade, di Dante (canto di Ugolino: "e come 'l pan per fame si manduca... (XXXII 127)" o nei versi di Michela Zanarella: " Poso lo sguardo dove si ferma anche il vento/ nella semina che sa di grano ormai maturo/ e chiudo nel cuore quel colore/ che ha l'odore del pane e delle stanze di casa." Ed infine, tra i tanti Giacomo Zanella ne lamenta più volte la mancanza, cfr. sonetto LIV de l' Astichello:
"Miseri? Coll'albor della dimane
Voi rassegnati tornerete al vostro
Lavoro, all'aspra coltre, al poco pane."
Attraverso la storia e con una precisa attenzione al mondo veneto nel testo si traccia la storia del pane, dalla semina alla panificazione anche in tempo di guerra e così si ha modo di cogliere l'importanza di questo alimento base, anche nelle diverse forme con le quali veniva venduto e bel cenno si fa al "pan biscotto", tipico uso veneto, che ne consentiva la conservazione.
Il pane fu cibo fondamentale fino al XVI secolo, quando, introdotto dall'America centrale e del Sud, il mais, detto "granturco" per la stranezza della sua forma, gli venne affiancata la preparazione della polenta o "polènda", un impasto di farina di mais, acqua e sale, ma che in precedenza era preparata con fave o farro o castagne. Fu una vera rivoluzione e tanto piacque nel Veneto da caratterizzare i suoi abitanti: veneti polentoni.
Certo senza polenta la fame sarebbe stata ancor più dura nei tempi di carestia e servì alle popolazioni rurali per accompagnare i poveri piatti, arenghe, sardeloni, baccalà, musetto o "codesin" e fegato alla venexiana, insomma tutti i cibi in genere. Se mancava la polenta, allora la fame diveniva pressoché totale. Fu molto curata la coltivazione del mais o "sorgo" nel vicentino e con semplice genetica se ne ricavarono diverse varietà, famosa è quella detta "maranello", una ibridazione del cav. A. Fioretti di Marano Vicentino, prodotta nel 1890 per aumentare la bontà della varietà locale e soprattutto incrementare la produzione, in un'epoca difficile, appena uscita dalla vessazione della tassa sul macinato, entrata in vigore il 1 gennaio 1869, appena fatta l'unità d'Italia, che aumentò a dismisura il prezzo del pane e che fu abolita del tutto solo nel 1884. Il problema del pane e dell'alimentazione durò anche successivamente, l'Italia era deficitaria nella produzione di frumento e il 20 giugno 1925 fu proclamata "la battaglia del grano", durante la seduta notturna della Camera dei deputati. Fu compito poi delle Cattedre ambulanti di agricoltura diffondere tra gli agricoltori la necessità di incrementare la produzione di grano.
Il pane resta un alimento fondamentale e di base come ci ricorda A. Fogazzaro nel romanzo "Il Santo". Cap. V,III:"La sua vita era questa. Sull'alba andava alla messa dell'arciprete. Lavorava fino alle undici. Mangiava pane, erbe, frutta, non beveva che acqua. Nel pomeriggio lavorava per niente le terre delle vedove e degli orfani. La sera, seduto sulla sua porta, parlava di religione."
Oggi, per fortuna il pane non manca e nemmeno la polenta, le carestie restano nei libri di storia, ma la fame di pane nel mondo e anche nelle nostre periferie e addirittura "in centro" esiste ancora.
Ricordarsi la storia del pane e della polenta e di quanta fatica ha fatto l'uomo per averne a sufficienza, ci stimola anche a quell'aiuto caritatevole che era tipico del mondo veneto: un pane per l'amor di Dio. A Padova i frati di Sant'Antonio istituirono per sovvenire alla fame della popolazione "il pane di Sant'Antonio" che è ancora attivo con "l"Opera del pane dei Poveri."
Un grazie quindi a Galliano Rosset e a coloro che credono nella sua capacità di divulgare la tradizione veneta nei suoi vari aspetti, rendendola piacevole con il disegno, ma importante con i contenuti.


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