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Dario Fo: un attore, mai un politico

Di Italo Francesco Baldo Venerdi 14 Ottobre 2016 alle 11:48 | 0 commenti

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Dario Fo ha lasciato il palcoscenico; il sipario sulla sua vita si è chiuso, e ai posteri l'ardua sentenza sul suo valore come Premio Nobel per la letteratura, a fianco di Luigi Pirandello. Fu uomo di teatro, lo vidi recitare Mistero Buffo a Padova su una scrivania in un aula che fu occupata perchè non si dava spazio all'attore. Allora il Circolo Massimo Rossi, che mi vide partecipe, organizzava le venute dei coniugi Fo-Rame a Padova; si faceva sempre il pienone con Dario, un po' meno con la moglie. Il bello veniva sempre nel dopo-spettacolo in cene che vedevano l'attore , dotato di vasta cultura, cosa che molti sperimentatori di teatro odierni nella città di Vicenza, temo non abbiano, spaziava nei diversi argomenti e quando il testo, inevitabilmente, toccava la politica, allora, non accettava, già allora come Grillo, alcuna valutazione contraria alla sua.

Militò non nei partiti, ma nel movimentismo, tanto caro agli italiani fin dal 1922 fino all'ultimo. Nella giovinezza militò nella Repubblica Sociale Italiana e nel 1944 fu all'Ossola, come Giorgio Albertazzi; quest'ultimo lo confermava, ma non ve voleva parlare. Appoggiò sempre la novità del movimento nella società, non una linea politica ben precisa, organizzata veramente in un partito. Non a caso è finito nel Movimento 5 Stelle. Appoggiava incondizionatamente i fedayn, distinguendo, come ha sempre fatto la sinistra, tra sionismo ed ebraismo, Franca Rame indossava la kefiah e per "i compagni" carcerati aveva organizzato "Soccorso rosso" per il quale chiedeva denari alla fine di ogni spettacolo. Negli anni più che alle svolte del Partito comunista, che credo non amasse proprio come non ha certo amato le svolte successive di Occhetto e ancor meno D'Alema, Bersani e Renzi certo non gli piaceva, cercava i segni di movimento e di partecipazione popolare nella società. Ebbe il Premio Nobel, al posto, si disse, del poeta Mario Luzi e qualcuno mormorò che fosse stato Walter Veltroni, Vicepresidente del primo Governo Prodi a muovere le acque, ma, data la serietà degli svedesi, non lo crediamo, perché Dario Fo almeno nei circoli intellettuali era ben conosciuto.
Se l'arte teatrale era il vero campo di Dario Fo e quando ad essa era fedele, anche in testi precisi, come lo era Bertoldt Brecht, impersonava un impegno civile, con il quale si può essere o non d'accordo ma che contribuisce alla riflessione. Purtroppo non fu sempre così, l'irruenza del personaggio, non ebbe sempre equilibrio e nella tristissima occasione dell'attentato alle Torri gemelle di New York apparve tutto il suo livore nei confronti degli Stati Uniti con il classico pacifismo di maniera, condito da anticapitalismo e slogan connessi. Declinò da quel momento il suo prestigio, nonostante gli "osanna" di maniera" che la sinistra degli intellettuali è solita tributare. Dario Fo ebbe come ultima sortita "a sinistra" quella fatta a Vicenza per la questione della Base americana, venne una volta e poi se ne disinteressò, come tutti i compagni romani, soprattutto quelli del PD. Negli anni successivi si spostò verso il Movimento Cinque Stelle e, dato che non serviva più ai compagni, anche la sua fortuna "politica" declinò. Come sempre, se non servi non interessi. Tornò al teatro. soprattutto dopo la scomparsa dell'amatissima Franca, con forza e determinazione, là dove aveva iniziato e dove molto aveva espresso, dando prova di saper anche "svecchiare senza sperimentalismi inutili che prevaricano gli Autori, come accaduto a Vicenza per Shakespeare.
Lo ricorderemo con piacere come attore, molto meno come "politico", ma ciò che resta non è mai quello che passa e va, ma ciò che magari resta da vera proposta: un applauso.


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