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Consoli su Il Gazzettino: «Ecco la mia verità». L'ex Ad di Veneto Banca parla per la prima volta dopo l'inizio dell'inchiesta sul crac

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile) Sabato 3 Giugno 2017 alle 11:52 | 0 commenti

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Ci fa piacere ospitare oggi su VicenzaPiu.com l'intervista a Vincenzo Consoli su Il Gazzettino a firma, oltre che di Maurizio Crema autore di "Banche rotte", anche di Ario Gervasutti, l'ex direttore de Il Giornale di Vicenza, che abbiamo incontrato a Mestre lo scorso 26 maggio... Con lui e con alcuni colleghi, come Giorgio Meletti de Il Fatto Quotidiano e Stefano Righi de Il Corriere della Sera autore di "Il grande imbroglio", disposti a confrontarsi con le varie "rappresentazioni" basandosi su fatti documentati o ricontrabili, noi, autori di "Vicenza. La Città sbancata", cerchiamo di avere un costante dialogo per capire, verificare e raccontare senza schemi precostituiti e, soprattutto, senza interessi da difendere se non quelli dei lettori.

Ecco oggi, quindi, la prima parte dell'intervista a Consoli della cui "vicenda" per la gestione della "cattiva" Veneto Banca abbiamo parlato soprattutto quando era in connessione con la "buona", anzi "ottima", Banca Popolare di Vicenza e su cui ci piace riportare il racconto che ne fanno anche i colleghi del gazzettino, per confrontarla con la nostra e per informare i noastri lettori anche a costo di prenderci più di un rischio... Il direttore

 

Consoli: «Ecco la mia verità»

l'ex Ad di Veneto Banca parla per la prima volta dopo l'inizio dell'inchiesta sul crac

«Ho commesso errori, ma le cause di un simile disastro sono altre. Provo dolore immenso per i soci». Da due anni si è imposto il silenzio sulle vicende che hanno travolto lui, Veneto Banca e migliaia di azionisti: ora però con Il Gazzettino accetta per la prima volta di farsi intervistare, attento a calibrare le parole. La partita con la giustizia è ancora lunga e non vuole anticipare il processo né scoprire tutte le carte: ma aggiunge qualche elemento al quadro che finora è stato dipinto.

Di Ario Gervasutti e Maurizio Crema

Un leone ferito. Vincenzo Consoli avrebbe una gran voglia di ruggire, ma non può farlo per motivi di opportunità e di strategie processuali. Da due anni si è imposto il silenzio sulle vicende che hanno travolto lui, Veneto Banca e migliaia di azionisti: ora però con Il Gazzettino accetta per la prima volta di farsi intervistare, attento a calibrare le parole (oggi pubblichiamo la prima parte del colloquio, domani la seconda). La partita con la giustizia è ancora lunga e non vuole anticipare il processo né scoprire tutte le carte o discutere nei dettagli l'oggetto dell'inchiesta: ma può aggiungere qualche elemento al quadro che finora è stato dipinto.
Perché adesso?
«Perché ho la sensazione che ora, dopo tante vicissitudini e visto anche quel che è accaduto con gli ostacoli frapposti dall'Ue al cosiddetto salvataggio, ci sia più disponibilità a cercare di ricostruire ciò che è successo veramente».
Che cosa glielo fa pensare? Chi ha perso i propri risparmi ha comprensibilmente il dente avvelenato.
«Certo che lo so, ci mancherebbe. Ma ad oggi i fatti sono tutti da accertare. La ferocia che quasi quotidianamente mi riservano gli onori delle cronache stride con l'oggetto delle indagini».
Crede che la procura di Roma, che ha indagato su Veneto banca, non la manderà a processo?
«Non ho detto questo. Dico solo che è doloroso pensare come un principio democratico quale la presunzione di innocenza sia poi regolarmente disatteso nei fatti: spesso nel nostro paese appena si ha notizia di un'indagine, il processo e la condanna li subisci per direttissima ed in modo sommario sui media. E l'eventuale assoluzione della magistratura non ti restituirà quanto nel frattempo ti è stato portato via».
Ritiene che la rabbia nei suoi confronti da parte degli investitori che hanno perso tutte o quasi le azioni di Veneto Banca sia indirizzata al bersaglio sbagliato?
«Pochi giorni fa camminavo in una strada vicino alla caserma della Finanza a Vicenza...».
Proprio lì... (Consoli coglie la battuta, ma la bocca non si allarga nemmeno di mezzo sorriso).
«... e un'utilitaria mi si affianca, il guidatore abbassa il finestrino e mi dice: Lei è Consoli?. Sì, rispondo. E lui: Io sono con lei, resista e lotti, perché si è capito che cosa è successo. E se n'è andato».
Allora faccia capire anche a noi che cosa è successo. Magari cominciando a chiarire se ha commesso errori e quali, se pensa di doversi scusare.
«Il dispiacere e il dolore sono per me immensi, verso tutti i soci che hanno perso soldi. Il Veneto è la mia terra, è il luogo dove concentro la gran parte dei miei affetti, delle amicizie e delle relazioni. E Veneto Banca per me è stato l'impegno di una vita, il progetto a cui ho dedicato tutto, ogni mia energia e non solo. Si deve sapere che tra i soci che hanno perso i soldi c'è anche la mia famiglia, c'è mia sorella che faceva l'operaia e aveva investito in banca tutti i suoi risparmi e non li ha più, ci sono i miei figli».
E loro non sono arrabbiati con lei?
«A voler credere a certi giornalisti la responsabilità è solo mia. Di tutto. Ci si è anche dimenticati che nella vicenda gli indagati sono 14. Si sta assistendo ad un misero gioco a scarica barile, ma la realtà e ben più complessa. Non nego che ci possano essere stati errori, sia chiaro. Ma liquidare vent'anni di successi come se fossimo stati degli improvvisatori, mi pare un artificio sensazionalistico poco credibile».
Davvero non ha nulla di cui pentirsi?
«Soprattutto di aver sottovalutato la portata della crisi che ci stava investendo. Mi pento anche di non aver ceduto il passo quando Banca d'Italia ha imposto le dimissioni del CdA. Sono rimasto per il bene della banca, non certo il mio».
Dalle carte risulta però che lei si è liberato di gran parte dei suoi beni: l'ha fatto per evitare i sequestri?
«Il Tribunale di Roma ha sequestrato tutti i beni in mio possesso ed in possesso di mia moglie. Non ho compiuto nessun atto di spossessamento e questo voglio che sia chiaro. Bisogna andare ad indagare invece sulle reali cause di ciò che è successo».
E quali sarebbero?
«Di sicuro il tutto non è avvenuto perché c'era una ristretta cerchia di malfattori responsabili del malgoverno della banca; ma perché è cambiato il mondo e sono cambiate le regole. Alcune sono state cambiate troppo in fretta e mi riferisco soprattutto alla trasformazione delle popolari in Spa che ha colpito in particolare le banche popolari non quotate ovvero, guarda caso, soprattutto le due venete.
Sta dicendo che la responsabilità non è là dove oggi viene cercata?
«Come vi ho detto il dispiacere dei soci è il dispiacere mio. Ma sarebbe il caso di indagare sui modi e sui tempi in cui è iniziato il calvario di Veneto Banca e su chi effettivamente l'ha portata all'attuale situazione».
Quando è avvenuto, secondo lei?
«Ricostruiamo gli eventi sulla base dei dati di fatto, non delle opinioni. Fino a tutto il 2012 e buona parte del 2013 non ci sono particolari problemi. La banca funziona bene, i ricavi ci sono, le azioni fino al luglio 2013 come dice la stessa Consob vengono negoziate regolarmente».
Poi però arriva l'ispezione della Banca d'Italia.
«In realtà le ispezioni di Bankitalia sono due. La prima va dagli inizi di gennaio alla metà di aprile 2013 e si occupa unicamente del credito deteriorato e delle garanzie a fronte. Sono state inasprite e di molto le regole e le valutazioni, e noi abbiamo subito fatto gli accantonamenti richiesti già nel bilancio 2012 che per questo si è chiuso in rosso di 39 milioni».
Quale sarebbe la spiegazione di questo rigore improvviso?
«Penso sia dipeso dalla volontà di adeguarsi in fretta alle nuove e numerose regole della Bce che di lì a poco tempo avrebbe rilevato la vigilanza sulle maggiori banche italiane e quindi anche su Veneto Banca».
E che cosa è successo con la seconda ispezione?
«È continuata fino ai primi giorni di agosto 2013 e ha riguardato governance e credito in generale. Ci sono stati contestati in particolare 157 milioni di presunto capitale finanziato (le famigerate baciate, ndr.) e 231 milioni di minori accantonamenti su crediti. Di questi ultimi ne abbiamo contabilizzati 120 già nella semestrale 2013 e per il resto fu costituito su indicazione del Cda un gruppo di lavoro per le necessarie valutazioni. A questo gruppo fu affidata anche la valutazione delle presunte operazioni baciate».
Non si trattava quindi di una richiesta di accantonamenti particolarmente elevata.
«Di fatto, una partita contenuta: che cosa sono 200 milioni a fronte di 27 miliardi di impieghi? È come chiedere a una famiglia una correzione dello 0,7% del proprio bilancio».
Ma c'erano altre contestazioni tipo crediti facili o scorrette classificazioni delle posizioni creditizie.
«Si parlava anche di basso livello di patrimonializzazione, ovvero a loro avviso c'era poco capitale. Ma crediti facili... Quali crediti facili? Fatemi dire che spesso per la gestione del credito il trasferimento a "sofferenza", ovvero la trasformazione in credito deteriorato, non sempre è il sistema migliore per recuperarlo. La banca deve certamente guardare la forma ma deve soprattutto guardare alla sostanza per cercare di salvaguardare al meglio la sua posizione creditoria: se prendo un debitore e lo metto a sofferenza, quando poi devo vendere la sua casa per recuperare, è finita: perché quella casa varrà molto meno del suo valore effettivo».
Questo però è un ragionamento da banchiere popolare...
«Certo, un banchiere tedesco non ragionerebbe così, ed è lì che ci vogliono portare, ad applicare prontuari predefiniti, a decidere per algoritmi. Basta vedere che cosa sta succedendo anche in questi giorni...».
Il braccio di ferro con Bankitalia che cosa ha portato?
«Assolutamente nulla. Perché noi ragionavamo ancora in un'ottica dialettica, loro invece avevano già deciso».
Che cosa?
«Che non avremmo più dovuto operare da soli ma avremmo dovuto confluire nella Popolare di Vicenza ritenuta all'epoca banca aggregante; per di più senza alcuna nostra rappresentanza nel Cda. Ma l'operazione venne respinta dall'assemblea dei soci di Veneto Banca nell'aprile 2014. Nel febbraio 2014 erano arrivati gli ispettori della Bce in preparazione dell'avvio del passaggio sotto la vigilanza europea, e nell'aprile 2014 tutto il Cda si presentò dimissionario come imposto da Banca d'Italia».
E la Bce che cosa ha controllato? Che cosa ha trovato?
«Ha controllato la qualità del credito. Insomma il portafoglio crediti di Veneto Banca, in altre parole la qualità dei fidi, è stato analizzato prima da Bankitalia nel 2013 e poi da Bce l'anno seguente. Ma da quest'ultima con criteri nuovi, molto più restrittivi e di certo senza alcun riguardo per la specifica realtà delle popolari. Addirittura sono andati per proiezioni statistiche».
Con quali risultati?
«Dopo 6 mesi di ispezione, nell'ottobre 2014 Veneto Banca supera gli stress test. Capite perché mi sorprende che nessuno si chieda come è possibile che dopo analisi così profonde, protratte e ripetute, si possa parlare oggi retroattivamente di mancanza di bontà dei crediti o di una politica degli accantonamenti non corretta? Considerate poi che ci sono i controlli del nuovo collegio sindacale ed i controlli della società di revisione che è tenuta a verificare la qualità dei crediti concessi e l'adeguatezza dei relativi accantonamenti».
Quando c'era stata l'ultima ispezione prima di queste?
«L'aveva condotta Banca d'Italia nel 2009: e il risultato era stato lusinghiero anche sul fronte della qualità del credito. Considerate poi che subito dopo Banca d'Italia autorizzò le acquisizioni di Banca Apulia, Cassa di Risparmio di Fabriano e Banca Intermobiliare. Dopo tutti questi controlli e con tre bilanci firmati dai nuovi consiglieri insediati dall'aprile 2014 non capisco come si faccia ad addebitare ancora ogni colpa alla precedente amministrazione».
Poi però c'è stata un'altra ispezione: quella della Finanza, con la perquisizione del febbraio 2015. Evidentemente sono emersi altri motivi...
«La perquisizione del 2015 trae origine nientemeno che dal rilievo ispettivo di Banca d'Italia di fine 2013. Non dimenticate poi che nel gennaio 2015 c'era stato il decreto di riforma delle banche popolari, che in maniera frettolosa e pasticciata ha preteso un cambio radicale in tempi a dir poco risicati».
Ad aprile 2014 accettando le indicazioni di Bankitalia l'intero Cda si dimette, e lei diventa Dg. Secondo lei come si è comportato il nuovo Cda?
«Il presidente Favotto la ritengo una persona per bene, voleva bene alla banca e al territorio. Avremo anche avuto dei contrasti, ma io dico sempre quello che penso. Il nuovo Cda ha gestito da subito la banca. Hanno fatto loro il bilancio, tanto al 30 giugno che al 31 dicembre 2014, e nell'assemblea del 2015 il nuovo Cda con il parere favorevole del nuovo collegio sindacale ha stabilito il prezzo delle azioni a 30,5 euro».
Prima era 39,5. La perdita è di 968 milioni. Di chi è la responsabilità?
«Quale responsabilità? Basta fare i conti: si conferma in sostanza il valore precedente al netto dell'ispezione della Bce! Ad aprile 2015 il nuovo cda approva il bilancio 2014 che certifica un patrimonio netto di 2.930 milioni già dedotta la perdita di 968 milioni, dovuta per 670 milioni alla svalutazione degli avviamenti e 540 milioni di accantonamenti su crediti derivanti dai nuovi parametri imposti dalla Bce: stress test e AQR (Asset Quality Review, ovvero analisi della qualità degli attivi, ndr). E a settembre 2015 per fissare il prezzo di recesso il patrimonio è stato certificato in 2.407 milioni sulla base di un nuovo bilancio. Come vedete i conti tornano e Veneto Banca comunque aveva ancora un patrimonio importante, così come era considerevole quando nel 2016 fu fatto l'aumento di capitale a 10 centesimi che di fatto azzerò i vecchi soci e le cui conseguenze oggi sono sotto gli occhi di tutti».
Il presidente della Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti però recentemente ha detto che i prospetti su cui il fondo Atlante si è basato per rilevare le banche venete erano falsi.
«Non posso dire nulla in merito, perché sono uscito dalla banca il 31 luglio 2015 e i prospetti per l'acquisizione da parte di Atlante sono del 2016. È significativo quanto dice Guzzetti: però è una domanda che non va fatta a me, ma a chi ha gestito la banca dopo di me».
Con il senno di poi, non pensa che avrebbe fatto meglio ad andarsene prima?
«Avrei dovuto, sì. Subito dopo gli stress test. Così non avrebbero avuto il capro espiatorio. Ma del sen di poi...».
Dalle carte però emergerebbe che lei stava facendo di tutto per riprendersela, la banca.
«Questa è una contestazione totalmente falsa, la nego in maniera assoluta. Ma a questo risponderò nello specifico nelle sedi opportune»
Alla sua gestione è imputata una gestione amicale dei crediti. Chi sono gli amici degli amici?
«È una porcheria ed un'accusa infamante. Noi abbiamo fatto credito in maniera pulita e corretta, talvolta sbagliando, ma questo fa parte del normale rischio di fare banca. Ma mi pare non si voglia tenere in alcun conto la portata devastante della crisi. In tutte le riunioni ripetevo questo concetto: i piccoli affidamenti si possono fare basandosi sulla conoscenza diretta, nella tradizione delle banche di territorio. Ma quando si tratta di aziende, anche piccole, non devono esistere amici né parenti; bisogna fare il lavoro dei bancari. Dare credito solo a chi lo merita. Ci sono mie registrazioni di molte riunioni con dirigenti, funzionari e struttura commerciale, se non le hanno fatte sparire, oltre a qualche intercettazione addirittura pubblicata. Lo ripetevo a tutti: stiamo attenti perché di credito si può morire».
Nessun favore neanche ai membri del Cda?
«Guardate che gli affidamenti ai consiglieri ed alle loro aziende sono del tutto legittimi, purché vengano rispettate le regole del testo unico bancario: andate a leggervelo. E noi a queste regole ci siamo sempre attenuti. All'atto delle concessioni le pratiche presentavano sempre adeguato merito creditizio ed erano supportate da adeguate garanzie. I consiglieri in carica sino all'aprile 2014 credevano nella banca tanto che tutti erano proprietari di pacchetti di azioni Veneto Banca per importi talvolta considerevoli».
(1/continua)


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