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Certi salvataggi di banche sono un affare: anche nel caso di BPVi e Veneto Banca?

Di Rassegna Stampa Giovedi 8 Settembre 2016 alle 17:03 | 0 commenti

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In attesa di sapere se sarà lo stesso per chi sta "salvando" (?) Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, per ora Atlante e chi l'ha finanziato, poi si vedrà, leggiamo "Quando i salvataggi bancari sono un affare" di Ettore Livini, da La Repubblica
I salvataggi bancari non sono uguali per tutti. Un po' perché molti paesi (anche europei) sono riusciti a mandarli in porto prima dell'era-bail in, evitandosi i mal di testa dell'Italia. Un po' perché qualcuno - Gran Bretagna e Usa in primis è riuscito a trasformare un problema in un'opportunità. Spendendo una valanga di soldi dei contribuenti per mettere in sicurezza il credito, ma chiudendo l'operazione guadagnandoci addirittura del denaro. Il caso del Tarp - il salvagente di Washington ai propri istituti e all'auto - è di gran lunga quello di maggior successo. Il Tesoro a stelle e strisce ha speso 426 miliardi di dollari per puntellare i conti dei colossi di Wall Street e di Detroit, ritrovandosi dopo la crisi dei subprime azionista di controllo non solo di Freddie Mac e Freddie Mae, le due grandi aziende di mutui, ma pure delle quattro maggiori banche americane.

Il vento però è cambiato. Queste partecipazioni hanno iniziato a garantire dividendi. Il mercato è tornato liquido consentendo allo Stato di limare a poco a poco le sue quote. E a conti fatti è stato un affare: il Tarp si è chiuso con profitti per 15 miliardi. E sarebbero stati molti di più se il salvataggio di Ford, Gm e Chrysler non fosse costato 22 miliardi. Le cose dovrebbero andare bene pure a Londra. La Gran Bretagna ha dovuto mettere mano al portafoglio e ricapitalizzare per 107 miliardi i suoi gioielli della corona creditizia, Rbs e Lloyds su tutti. Il tempo però è stato galantuomo. L'ex cancelliere George Osborne all'inizio dell'anno aveva promesso che la partita si sarebbe chiusa con un guadagno di 14 miliardi per lo Stato. Da allora le quotazioni in Borsa sono un po' scese e le plusvalenze si sono ridotte. Ma il saldo della crisi bancaria inglese resta positivo per 2 miliardi circa.
A leccarsi ancora le ferite è invece l'Irlanda. La crisi del credito di Dublino ha costretto il paese a chiedere aiuto alla Troika e per salvare i maggiori istituti sono stati spesi 65 miliardi di euro. I 35 stanziati per Anglo Irish Bank e Irish Nationwide sono stati in sostanza gettati al vento. Aib e gli altri survivor del sistema sono però rimaste in piedi e oggi il Governo conta di recuperare almeno 30 miliardi per ridurre al minimo le predite. L'Europa, all'epoca, ha costretto Dublino a salvare anche tutti gli obbligazionisti, altirmenti, si è spesso lamentato il Tesoro locale, il costo del salvataggio sarebbe stato inferiore di 9 miliardi.
La Spagna invece (pur avendo caricato 10 miliardi di perdite sulle spalle di bondholder subordinati e ibridi) è ancora quasi al palo. I 53 miliardi spesi hanno salvato le banche nazionali, che oggi godono buona salute. Ma di soldi ne sono rientrati solo 2,6 miliardi anche se la vendita delle quote in Bankia e Mare Nostrum in portafoglio allo stato potrebbero ridurre il conto.
A quota zero sono invece i recuperi in Grecia dove il sistema bancario si è mangiato quasi 40 miliardi dei 340 stanziati per salvare il paese. Senza aver trovato ancora un equilibrio.


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