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Bayer, la storia (per ora) senza lieto fine di un'eccellenza veneta

Di Daniela Ceccon Mercoledi 15 Agosto 2012 alle 22:40 | 0 commenti

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Proteste, polemiche e futuro incerto per i cinquanta dipendenti dello stabilimento di Mussolente
La comunicazione ufficiale è arrivata il 4 luglio: la Bayer MaterialScience di Mussolente chiuderà a fine anno dopo la scelta della casa madre tedesca di delocalizzare parte della produzione in Spagna e Nord Europa.

Quella che fino ad allora era stata una bella storia di imprenditoria veneta si è trasformata in un caso, con cinquanta famiglie che rischiano il posto di lavoro e polemiche sulle ragioni che hanno portato la Bayer a questa decisione: la crisi, certo, ma anche gli accordi con i sindacati tedeschi, che sono riusciti a tutelare i lavoratori in Germania.

Nel frattempo, deputati e sindacati si muovono per attirare l'attenzione del Ministero del Lavoro.
L'azienda
Nel 1992 l'imprenditore Sergio Brunetti fonda Apichem, azienda specializzata che realizza un innovativo impianto automatico per la lavorazione del poliuretano. Il colosso bavarese Bayer, di cui Apichem è cliente, si interessa alla novità e nel 1995 propone a Brunetti di creare una società a Mussolente. Nel 1996 Bayer assume la maggioranza del pacchetto azionario, arrivando nel 1998 al 100% della proprietà di Apichem, che diventa prima Deltapur, BaySystems Italia nel 2006 e Bayer MaterialScience nel 2010.
Fin dal ‘92 l'azienda è considerata un gioiello dell'industria veneta, con una produzione molto specializzata, un elevato livello di innovazione e personale altamente qualificato. Bayer MaterialScience è, infatti, una "system house", cioè un'azienda altamente tecnologica in grado di sviluppare e adattare il prodotto alle esigenze del cliente, grazie a laboratori di ricerca interni. Il prodotto, in questo caso, è un componente del poliuretano destinato a molteplici settori: automobilistico, calzature, isolamento edilizio, isolamento dei frigoriferi.
La decisione di chiudere
All'inizio del mese di luglio Bayer decide chiudere tre delle sue nove "system house" presenti in Europa al di fuori della Germania: quella italiana di Mussolente, una in Repubblica Ceca e una in Grecia.
La ragione addotta dall'azienda in un comunicato formale inviato alle organizzazioni sindacali sono gli "insufficienti margini di guadagno realizzati dall'attività". Con il termine "insufficienti" non si intende, però, che l'azienda sia in perdita, e infatti non è così. I tagli a tutto il "system house" sono invece dovuti a una presenza di introiti inferiori a quelli previsti. "Qui non si parla di un'azienda in crisi, che non ha lavoro", spiega Massimo Marangoni, rappresentante sindacale. "Bayer ha fatto questa scelta per essere più competitiva e accontentare gli azionisti. Sappiamo che l'azienda fa il suo lavoro, che deve fare i suoi conti, ma è una vergogna che riesca a far chiudere impunemente uno stabilimento che va bene e dove da anni lavoratori italiani contribuiscono alla sua ricchezza. E questo in un momento in cui l'assorbimento della manodopera è inesistente. E' un'offesa per il territorio, per i lavoratori e per un'azienda che è considerata un'eccellenza".
Nella ristrutturazione i lavoratori in Germania sono stati salvaguardati, secondo l'impegno preso da Bayer con i sindacati tedeschi di non tagliare posti di lavoro fino al 2015, in cambio di una maggiore flessibilità da parte dei dipendenti. "Qui da noi si pensa a come licenziare la gente e si parla dell'articolo 18", commenta Riccardo Bosa, altro rappresentante sindacale. "Dovremmo prendere esempio da loro: lì il sindacato ha più potere decisionale all'interno dell'azienda e si fanno accordi per salvare l'occupazione. Ovvio che poi l'Italia diventi terra di conquista e perda le proprie eccellenze".
I dipendenti e la protesta
Bayer si è detta intenzionata a non servirsi degli ammortizzatori sociali, ma di incentivare le aziende alla riassunzione dei dipendenti che rimarranno senza lavoro. Cosa significhi questo nella realtà dei fatti i lavoratori non lo sanno, e, almeno per il momento, non vogliono saperlo.
"Adesso vogliamo occuparci di ciò che ci interessa di più", afferma Michele Cortese, terzo membro della rappresentanza sindacale. "Vogliamo preservare qui la produzione e mantenere viva l'azienda. Il nostro obiettivo è far diventare questa una vertenza territoriale: cinquanta dipendenti sono tanti e il nostro stabilimento fa parte del territorio. La speranza è quella di avere un tavolo di trattativa con più attori possibili, fra cui anche la politica, che deve intervenire perché Bayer faccia un passo indietro".

Il coordinamento sindacale del Gruppo Bayer, che rappresenta tutti i lavoratori delle sedi italiane dell'azienda (oltre a quella vicentina, ce ne sono due a Milano, una a Bergamo e una Terni), ha espresso la sua solidarietà ai lavoratori misquilesi e il suo dissenso rispetto alla decisione di dismettere lo stabilimento. Le ragioni portate dai sindacati non riguardano solo l'efficienza e l'elevata specializzazione dell'azienda di Mussolente, ma anche il suo radicamento nel tessuto industriale locale. La critica si rivolge anche alle modalità e ai tempi della chiusura: secondo Filctem-Cgil, Femca Cisl e Uilcem sei mesi sono troppo pochi per cercare soluzioni alternative. Le diverse realtà italiane del Gruppo Bayer hanno quindi dichiarato lo stato di mobilitazione.
I dipendenti, nel frattempo, continuano a lavorare, ma hanno deciso di rimandare gli incontri con l'azienda, che pure ha dato la sua disponibilità alla discussione, nella speranza di riuscire in questi mesi a ottenere dal prefetto una proroga alla chiusura e avere più tempo per coinvolgere la politica e il territorio. L'obiettivo è che Bayer faccia un passo indietro, decidendo di riconvertire o vendere lo stabilimento anziché, come sembra voglia fare secondo le voci che girano in azienda, spendere milioni di euro per radere al suolo l'intero sito.
La questione è stata posta alla commissione competente del Ministero del Lavoro da due deputate vicentine (anche se con due istanze separate, purtroppo): Manuela Lanzarin della Lega e, più recentemente, Daniela Sbrollini del Pd. "I tempi della politica sono quelli che sono", spiega Bosa. "Per ora non abbiamo saputo ancora niente, ma bisogna aspettare che si riunisca la Commissione, probabilmente dopo agosto. Per questo abbiamo bisogno di più tempo".
Dei cinquanta dipendenti sono in tanti quelli che lavorano nell'azienda fin da quando si chiamava ancora Apichem ed era un'eccellenza dell'industria locale anche senza Bayer. Alcuni provenivano da altre zone del Veneto e hanno organizzato la propria vita attorno al lavoro a Mussolente. Altri ancora sono stati assunti a tempo indeterminato solo un anno e mezzo fa, come Mirko. Amaro il suo commento: "Dopo aver lavorato qui con una cooperativa, mi hanno offerto il posto fisso. Il contratto a tempo indeterminato è stato un sogno che si avverava, e adesso si sta già smaterializzando". 

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Purtroppo, come molte altre volte succede in questo Bel Paese mal gestito, avviene il contrario.
La vicenda delle banche venete è purtroppo nota e non stanno nemmeno più in piedi gli alibi che vogliono colpevolizzare i soci ("se la sono cercata loro perché sapevano che era rischioso ... volevano fare gli squali e adesso piangono miseria ...") perché è stato dimostrato che non è così; il prezzo delle azioni è stato taroccato ed è una truffa bella e buona che le banche hanno fatto ai loro sottoscrittori.
Raggirati da funzionari bancari senza coscienza pilotati a loro volta dai direttori senza scrupoli, che sapevano benissimo di vendere azioni fuffa ... ma l'importante è vendere e far carriera (no?).
E via col valzer delle scuse del tipo "siamo una banca solida ... non abbiamo problemi etc".
Mentre si tentava di coprire la voragine bancaria con un fazzolettino di carta, Consob e Banca d'Italia si giravano dall'altra parte per non vedere.
Il finale vede trionfare le banche che hanno fatto lo "sforzo" di avere solo la parte sana.
Come se non bastasse, i funzionari "lupi" delle due banche si sono travestiti da "agnelloni" di Intesa San Paolo, e probabilmente continueranno a perdere il pelo ma non il vizio.
Tutto apposto dunque. No?
Direi che alla luce di questo non faccio fatica a credere alla lettrice quando dice "credere nella Giustizia è diventato molto, molto difficile, quasi impossibile". E' e rimane impossibile, cara Flavia.
Molto probabilmente in un altro Paese più civile la cosa avrebbe preso una piega diversa, a favore dei risparmiatori (penso ad es. alle class action, che da noi sono solo di facciata).

Credo purtroppo, cara Flavia, che la lettera inviata ai politici cada nel nulla.
Per il semplice motivo che se qualcuno avesse voluto davvero fare qualcosa PRIMA, l'avrebbe fatto.
Ora è troppo tardi. Ed è persino patetico che i politici si proclamino adesso paladini dei risparmiatori, a babbo morto.

Mi spiace infonderle amarezza Flavia, ma mi dica forse se non ne ho motivo.

Con augurio di poter essere smentito.

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