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I dieci anni di Achille Variati, la sua fu vera gloria?

Di Italo Francesco Baldo Martedi 12 Dicembre 2017 alle 10:17 | 0 commenti

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Transita, dopo dieci anni (quasi), per il futuro la gloria di Achille Variati, ma, manzonianamente, fu vera gloria? È lecito, anzi doveroso chiedersi che cosa lascerà di sé quest'ultimo protagonista della stagione democristiana, meglio demosacrestana, di Vicenza. Achille Variati è l'ultimo esponente di quello che fu, anche a Vicenza, il passato glorioso del partito di origine cattolica. Essendone, Variati, l'epigono non ha contribuito a quella gloria, se ne è disfatto, appena ha avvertito che la sua carriera non poteva continuare in quel partito, ormai sfatto da scandali e da incapacità politica e amministrativa sia in sede locale sia regionale e sia nazionale e purtroppo anche internazionale.

Il nostro eroe ha quindi cavalcato il residuo della prima amministrazione targata col suo nome (1990 - 1995), convertendosi a quello che credeva fosse il cavallo vincitore, ossia quello strano partito, erede del glorioso e totalitario Partito Comunista Italiano che in circa 25 anni ha cambiato numerose pelli pur di essere al potere anche con collusioni con lo straniero, come nel 2011.

Inoltre mai ha perduto il vizietto di essere contro chiunque non fosse dalla sua parte spacciando per cultura solo quanto elaborato dai suoi intellettuali, che, come ben noto anche dalla canzone di Guccini, sono servi sempre del potere.
Terminata la breve prima stagione di sindaco di Vicenza, Achille Variati è transitato sugli scranni, come consigliere, della Regione Veneto. Mandati assolti nell'anonimato e nel quasi totale silenzio, tanto che lo si diceva "desaparicido". Il suo ritorno, cavalcando un'onda di pseudo-indignazione intellettualistica contro gli americani e la erigenda nuova base militare, decisa e approvata peraltro dal suo kompagno Prodi, pure lui fuoriuscito dalla Democrazia Cristiana, lo ha visto foriero di pacifismo di maniera di cui si è servito. Così tra la promessa, ottima tecnica, di un parco e un proclama, un'indignazione e l'appoggio della sinistra che candidati non ne aveva, ha amministrato dal 2008 una città, che sembrava solida e forte anche nelle banche, ma che aveva i piedi d'argilla. La città non viene nemmeno lasciata ora nello stato in cui l'aveva trovata, ma è peggiorata in tutti i settori. Qualche cosa ha pure fatto, ma si tratta di normalissima amministrazione, non v'è traccia che rimarrà: lui ha tenuto bene il proprio potere con i propri accoliti, fregandosene di tutte le critiche anche di quelle provenienti dal Partito Democratico, usato come serbatoio di voti.
Così, finito il mandato, ha tentato attraverso il suo Vice, Jacopo Bulgarini d'Elci, di continuare a comandare, ma i kompagni non ne hanno voluto sapere. Ora invece di andarsene con dignità, come dovrebbe fare il suo Vice, tenta, alla moderna, di incolpare tutti coloro che non lo hanno appoggiato nella possibile sua continuità.
Vicenza perde un uomo moderno, al passo con i tempi, dove "ho sbagliato", ho fatto male", "non dovevo" sono espressioni verbali sconosciute. L'errore è sempre degli altri, mai che il sindaco dicesse: "ho sbagliato; ho fatto male e non dovevo farlo". Egli, proprio come i ragazzini, non conosce l'errore. Questa sua convinzione, che viene, da ultimo, espressa anche a proposito dell'affare del fondo immobiliare, è sintomatica di un usato modo e obsoleto di considerare il potere.
Ora, proprio perché si vuole uscire dalla continuazione di questa modernità, che risale però ad Adamo ed Eva, che cercarono in tutti i modi di scrollarsi di dosso la colpa, è quanto, quanto mai bene, liberarsi di una possibile continuità, in qualsiasi modo essa si presenti, anche nel baratto di qualche centinaia di voti, che, è vero, possono servire, ma certo garantirebbero almeno in parte un proseguo, di cui non si sente proprio il bisogno.
La gloria, i politici dovrebbero ricordarlo, non è nemmeno un piacere per se stessi, sa di onanismo, ma un servizio alla comunità per il suo bene civile, non per il proprio. Soprattutto è mancato all'amministratore vicentino quello schiavo che, nel trionfo effimero, gli sussurrasse classicamente all'orecchio: Respice post te! Hominem te memento! (in italiano: "Guarda dietro te! Ricordati di essere un uomo!"


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