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Aboliamo il termine intellettuale, anche a Vicenza

Di Italo Francesco Baldo Domenica 2 Aprile 2017 alle 11:30 | 3 commenti

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L'appellativo di "intellettuale" è ancor oggi in grande auge. Infatti, è quasi un titolo onorifico con il quale vengono definiti filosofi, politologi, sociologi, letterati, scrittori e perfino scienziati che si occupano della natura nei suoi molteplici aspetti. Il termine è molto è diffuso, ma in realtà non è molto antico, La sua nascita è certa e precisa, risale all'Affaire Dreyfus che coinvolse in polemiche senza fine molti esponenti della cultura francese. Il 14 gennaio 1898 sul giornale L'Aurore, che aveva pubblicato il giorno prima il celebre testo di Emile Zola J'accuse compare un Manifesto degli intellettuali. E' l'atto di nascita del nome e soprattutto fin da allora ne viene definita la funzione.

Intellettuale è colui che si occupa di una questione civile e politica, mettendo al suo servizio le proprie conoscenze e capacità, ma soprattutto la disponibilità della propria persona.

Il termine non ebbe immediatamente un rapido successo, anzi per quasi venticinque anni non fu quasi più usato, nemmeno dai Futuristi che nel Manifesto di P. Martinetti, avrebbero dovuto magari identificarsi, considerato che in quegli anni si faceva strada la professione di "intellettuale".

Nel resto dell'Europa non ci furono adesioni al nuovo termine. Il termine ebbe nuova vita nei giorni 29 e 30 marzo 1925 a Bologna. In quella città, sempre emblematica, il filosofo Giovanni Gentile (a sx nell'immagine), che rivestì della sua elaborazione proprio il fascismo, convocò un Convegno al quale aderirono molti esponenti delle scienze, lettere ed arti.

Bologna, che era la prima città ad avere un' Università fascista, fondata da Leandro Arpinati, era la sede ideale. Il convegno aveva lo scopo dichiarato di radunare coloro che potevano porre la loro intelligenza al servizio del fascismo. L'esigenza di poter contare sugli esponenti dell'intelligenza italiana, venne considerato prioritario. Ne nacque, al termine dei lavori, un Manifesto degli intellettuali fascisti agli intellettuali di tutte le Nazioni, che difendeva, affermandone la bontà, il fascismo stesso.

Il Manifesto, pubblicato il 21 aprile, Natale di Roma, ebbe gran diffusione. Tutti i convenuti e altri furono invitati dallo stesso Giovanni Gentile ad apporre la loro firma. Molti condivisero l'appello del filosofo siciliano, circa 500, e tra questi vi erano già nomi di spicco; Non potendoli ricordare tutti, ne elenchiamo qualcuno: Fernando Agnolotti, Luigi Barbini, Emilio Bodrero, Ernesto Codignola, Salvatore di Giacomo, Filippo Tommaso Martinetti, Angelo Oliviero Olivetti, S. Pincherle, Luigi Pirandello, Ildebrando Pizzetti, Rubens Santoro. Ferdinando Russo, Giuseppe Saitta, Malaparte, Ugo Spirito, Ardengo Soffici, Giovanni Treccani, Augusto Turati, Giuseppe Ungaretti, Lionello Venturi, Gioacchino Volpe e molti altri.

L'intellettuale prese da questo momento il via, anche se il maggior esponente culturale di opposizione alla filosofia di Gentile e del fascismo Benedetto Croce (a dx nell'immagine) non amò il termine. Commentando, infatti, il Convegno Croce scriveva che alcuni regimi si circondano di "letterati o, come ora si dice, di intellettuali". Al padre del pensiero liberale laico italiano del Novecento non poteva di certo piacere che l'intelligenza fosse posta "al servizio" di qualcuno o di qualche ideologia. Egli nella sua elaborazione filosofica sosteneva che la libertà è la vera espressione che si deve manifestare anche nella storia. Il filosofo abruzzese, napoletano d'adozione, pubblicò il 1° maggio 1925 su "Il Mondo" un Contromanifesto. Il sottotitolo del Contromanifesto è significativo, "Una risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani al manifesto degli intellettuali fascisti".

E' evidente che Croce adotta una contrapposizione forte, e a lui si deve la nuova definizione: "...gl'intellettuali, ossia i cultori della scienza e dell'arte, se, come cittadini, esercitano il loro diritto e adempiono al loro dovere con l'ascriversi a un partito e fedelmente servirlo, come intellettuali hanno il solo dovere di attendere, con l'opera dell'indagine e della critica e le creazioni dell'arte, a innalzare parimenti tutti gli uomini e tutti i partiti a più alta sfera spirituale." (Contromanifesto) L'intellettuale è il cittadino che è iscritto al partito, ma ciò non lo riduce a "servo" di un'ideologia. Quaranta persone sottoscrissero il Manifesto crociano, ma alcuni, dopo poco tempo, aderirono al fascismo. Lo stesso Croce nel 1937 utilizzerà ancora il termine per indicare coloro "la cui forza si fonda sul culto del vero" e che rifiutano di appoggiare colpevolmente il fascismo ed il nazionalsocialismo. Il filosofo, in questo significato lo usa Croce, cerca il vero, e non è servo di nessun regime o ideologia politica.

Le vicende del termine non terminano con la caduta del fascismo ad opera degli Alleati, anzi esso ebbe lunga vita. Ha però sempre più assunto il significato che Giovanni Gentile intendeva, cioè di coloro che appoggiano una determinata visione politica, se poi riflettiamo bene. Se Gentile considerava il fascismo la visione per eccellenza e quindi l'unica, così gli intellettuali del dopoguerra si misero al servizio soprattutto delle ideologie totalitarie e dimenticarono quella visione, tanto cara a Benedetto Croce, che coloro che si occupano di scienze, lettere ed arti sempre devono aver presente il gran valore della libertà e della capacità critica, che rende il filosofo, il politologo, il letterato capace di essere al servizio di tutta l'umanità, piuttosto che di un regime o di una parte.

Forse rinunciare al termine "intellettuale" potrebbe far bene proprio alla cultura e all'arte, soprattutto cinematografica, italiana, e anche nella città di Vicenza dove il termine è cresciuto a dismisura, perché il termine stesso è troppo compromesso.

 

Abbiamo ospitato il quindicesimo articolo de La Voce del Sileno, rivista on line che "intende coinvolgere tutti coloro che hanno a cuore la ricerca filosofica, culturale e in modo indipendente la propongono per un aperto e sereno confronto.  

Italo Francesco Baldo è il coordinatore de "La voce del Sileno"

Si chiede a tutti coloro che leggono questo articolo di diffonderlo ad amici e conoscenti.
I contributi vanno inviati al coordinatore all'indirizzo di posta elettronica: [email protected] 


Commenti

Inviato Domenica 2 Aprile 2017 alle 11:57

Interessante spunto di riflessione. Non ne condivido le conclusioni, ma è utile cercare di elevare il dibattito. Grazie a chi scrive e a chi pubblica.
Inviato Domenica 2 Aprile 2017 alle 19:08

NOTA: il docente di Sociologia alla Federico II di Napoli, Gilberto Antonio Marselli, già discepolo di Manlio Rossi Doria, sosteneva che, più a Sud di Roma, il termine intellettuale deriva non già dal latino intelligere, ma dal partenopeo int'o lietto. Volendo con ciò sottolineare l'indolenza degli intellettuali meridionali; e lui stesso, per questione di bioritmi, non faceva lezione prima di mezzogiorno.
Inviato Lunedi 3 Aprile 2017 alle 01:00

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Commenti degli utenti

Sabato 13 Gennaio alle 18:56 da kairos
In Lettura di Parolin e Formisano su Vittorio Emanuele II, Indipendenza Veneta Vicenza Città: irrispettoso ricordare a Vicenza "il re infingardo che sottomise Terre Venete"
A CAMMILLO CAVOUR


nel 1867.

___


O nell’ora del nembo e del periglio
Sempre invocato, che più grande appari
Quanto più gonfi il trepido naviglio
4Battono i mari;

Chiuse son l’Alpi allo stranier: clemente
Rise una volta a’ popoli fortuna:
Tutte al suo desco le città redente
8Italia aduna.

Più non cercar. Delle battaglie il nome
Oh non chiedere a’ tuoi: sovra qual onda,
Sovra qual campo; e se le nostre chiome
12Lauro circonda.

A’ vincenti terribile il vessillo
Parve d’Italia: i giovani guerrieri
Volâr sull’ erta, ma con noi, Cammillo,
16Tu più non eri.

[p. 180 modifica]

Invan crebber le file: invan da’ porti
Più possente navil sciolse il nocchiero;
Non valser tante prue, tante coorti
20Il tuo pensiero.

In picciol nido l’aure interrogando,
Con poco stame a lunga tela assiso,
E l’ovra della mente ardua velando
24Di facil riso,

Gli occhi alzasti; e di fanti e di cavalli
Alla muta parola obbedïenti
Dal Cenisio sull’itale convalli
28Sceser torrenti.

E pria sul lido del remoto Eusino
Fra le pugne agitata e fra le nevi
La morta face del valor latino
32Raccesa avevi.

A’ cupi genî del Tirren custodi
Serti offrivi non visto, e taciturna
La partenza pregavi e fida ai prodi
36L’aura notturna,

Quando dell’Etna alla fremente riva
I Mille veleggiavano; portavi,
Celando sotto il mar la man furtiva,
40Le balde navi.
[p. 181 modifica]


Sparver gli avversi troni; e del tuo spiro
Che percorrea de’ novi abissi il seno,
La possa irresistibile sentiro
44Adria e Tirreno.

Itali fummo. Ed esultavi allato
Del Re più degno in Campidoglio atteso,
Quando cadevi, e dell’Italia il fato
48Parve sospeso.

Ansio cadevi dell’Olimpo al piede,
Indomato Titano. Orfana ancora
Sull’orma tua, cui pari altra non vede,
52Italia plora.

Ode di pugne inauspicate il foro
Risonar tempestoso; ed ella intanto
A’ suoi mali non trova altro ristoro
56Che sdegno e pianto.

Dell’indugio si sdegna e de’ consigli
Con gioco assiduo sul fiorir recisi;
D’altre barriere, che di monti, i figli
60Piange divisi.

O nata a non perir, stirpe fatale!
O risorgente dalle tue ruine
Popolo, che ricigni or l’immortale
64Infula al crine;
[p. 182 modifica]


De’ secoli più grande e de’ tuoi guai,
Se come in altro dì non ti è concesso
Reggere il mondo, mostra almen che sai
68Regger te stesso.
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